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Wagon-Lits: licenziate/i ad alta velocità

Dopo aver accompagnato i viaggiatori di tutta Italia, dal nord al sud, la Wagon Lits chiude dopo 135 anni e licenzia più di 800 lavoratori e lavoratrici. 65 di loro lavoravano a Torino e dall’11 dicembre sono senza lavoro.

Spariscono centinaia di posti di lavoro e insieme un servizio popolare ed utile a migliaia di famiglie e persone residenti al nord che fino a ieri potevano raggiungere il sud a costi contenuti. Un servizio cosiddetto “universale”, pagato dallo Stato e quindi dalle tasse di tutte e tutti che dovrebbe essere garantito al di là dei profitti e dei guadagni che procura all’azienda Trenitalia.

Per le tratte di lunga percorrenza resta quasi esclusivamente l’alta velocità, imposta  a prezzi salatissimi per chi viaggia con la scomodità di dover effettuare, per arrivare per esempio da Torino o Milano fino in Calabria, ad almeno tre trasbordi e cambi.

Abbiamo intervistato Emanuela in presidio alla stazione di Porta Nuova, lavoratrice licenziata che passerà le feste accampata in tenda con gli altri colleghi e colleghe.

Ascolta qui

 

Posted in anticapitalismo, crisi/debito, no tav, precarietà, resistenze, storie di donne.


Da una sponda all’altra: vite che contano

Riceviamo dalle VenticinqueUndici e condividiamo.

Carissime, in questi giorni circola un appello dei familiari dei migranti tunisini dispersi. Come sapete, subito dopo la rivoluzione molti giovani sono partiti verso l’Europa rivendicando la loro libertà di movimento. Di circa 500 di loro  non ci sono più notizie.
Le famiglie dei migranti dispersi, dopo essere state ignorate dalle istituzioni tunisine, italiane ed europee, si sono organizzate attorno a questo appello per pretendere che le impronte, che servono per  schedare le persone e ostacolarne la libertà di movimento, vengano utilizzate in questo caso per sapere se e dove siano arrivati i loro figli.
Come gruppo di donne, Le2511, abbiamo assunto questo appello perché pensiamo sia un atto politico fare più rumore possibile per far tacere il silenzio del mare denunciando la colpa delle politiche di governo delle migrazioni, e perché vogliamo rendere visibile che  in  Africa e  in Europa ci sono donne e uomini che reagiscono al dolore chiedendo con forza che nessuno possa scomparire così, in mare come nei centri di identificazione ed espulsione e nelle prigioni.

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Meglio violentata che non più vergine?

di Elisabetta Teghil

E’ di pochi giorni fa la notizia che una ragazza di sedici anni, di Torino, avendo avuto il primo rapporto sessuale con un ragazzo della sua età, liberamente scelto, per paura che i genitori scoprissero che non era più vergine, ha inventato di essere stata stuprata da due uomini Rom. Un nugolo di suoi concittadini, inferociti alla notizia,si sono riversati nel più vicino campo Rom e lo hanno incendiato.

In un avvenimento così, i piani di riflessione che si intrecciano sono tanti .

Da una parte c’è la vendetta razzista di chi si sente cittadino/a “legittimo/a”, nei confronti di chi viene percepito come diverso. Sono i principi neoliberisti che hanno sdoganato la violenza nelle relazioni interpersonali e sociali. E’ cominciato tutto nel modo del lavoro ed ogni ambito sociale è stato ridefinito in questo senso. Così le frustrazioni per una vita di sottomissione e di avvilimento, vengono scaricate contro quelli/e che sono recepiti come più deboli,in un inutile quanto violento tentativo di un’impossilbile rivincita.

L’oggetto dell’ira popolare non è più il sistema di sfruttamento e di ingiustizia,ma il vicino di casa, il collega di lavoro, il diverso…la povertà, poi, è un crimine. E questi valori sono così introiettati che una ragazza trova normale attribuire un finto stupro a due Rom, notoriamente “brutti, sporchi e cattivi” e si meraviglia / non si meraviglia di quello che è successo dicendo, come lei stessa dichiara in un’intervista (anche se le interviste dei media sappiamo quanto valgono…),che non pensava mai che sarebbe successa una cosa simile,ma che la gente del quartiere è esasperata nei confronti degli “zingari”.

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Brucia Kampina, brucia…

Riceviamo da una nostra lettrice e volentieri condividiamo.

Vorrei provare a mettere ordine nei miei pensieri, condividerli anche, forse perché anche io sono cresciuta nel quartiere delle Vallette, forse perché sono di poco più grande di una ragazzina di sedici anni che da quattro terribili giorni, dalla violenza, al rogo, dalla bugia, alla vergogna, vive tra titoli di giornali e fumo di povere cose che bruciano.
Alle Vallette sono arrivati i miei genitori dal Sud, la prima vera casa a Torino, il primo posto in cui provare a far progetti e non solo dormire tra un turno e l’altro alla Fiat…questo è un quartiere di gente forte, ma è anche un territorio difficile, cortili le cui case avrebbero bisogno di interventi radicali, strade in cui si riconosce subito l’assistente sociale che passa, bar che alle tre del pomeriggio sono spesso pieni di ragazzi che non hanno lavoro, scuole che sono trincee di speranza, trasformazione, a volte sconfitte: il mio quartiere.
Vorrei che guardaste la fotografia della signora rom con le lunghe trecce nere che si passa le mani sulla faccia e piange disperata davanti alle macerie annerite di fumo: l’ho riconosciuta dal foulard a fiori perché lo indossa tutti i giorni, quando la incontro in un quartiere ben diverso dove chiede l’elemosina, a volte sola, a volte con i suoi bambini…indossa quel foulard colorato sempre, non perché sia il suo preferito ma semplicemente perché non ne ha altri.

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E’ La Stampa, bellezza!

Dal giornale che ospita tra le sue pagine gli articoli a firma Massimo Numa ci si poteva davvero aspettare di tutto, ma, dobbiamo riconoscerlo, questa volta il quotidiano torinese è riuscito a stupirci, e a farci irritare, più del solito: ci riferiamo alla vicenda della ragazzina che, per paura di essere punita se i suoi genitori avessero scoperto che aveva avuto un rapporto sessuale con un coetaneo, ha inventato di essere stata violentata da due rom.
Un corteo di solidali, e perbene, cittadini e cittadine italiani, organizzato anche da un volantinaggio nel quartiere al grido di “Ripuliamo la Continassa!”, è terminato con la fuga di famiglie inermi e il rogo delle loro cose, tra le macerie della cadente cascina in cui vivevano.
Come si dice, la protesta è sfuggita di mano…
Ebbene, La Stampa ha seguito tutta la storia e, chissà se ancora si fa, quegli articoli andrebbero letti in classe a dimostrazione di quanto spirito critico, e santa pazienza, si debba spesso esercitare di fronte alla carta stampata.
A suffragare il nostro sospetto, per usare un eufemismo, che questa volta si fosse proprio oltrepassato il limite, come spesso e volentieri accade quando la notizia mette insieme l’appetitosa triade stupro stranieri e donne italiane, meglio se giovani, vi suggeriamo di leggere il capolavoro di ipocrita contrizione comparso ieri, sempre su La Stampa, a firma di Guido Tiberga, il quale chiede scusa per il titolo del primo articolo sui fatti, che recitava “Mette in fuga i due rom che violentano la sorella”.
Le scuse sono solo per il titolo, beninteso, perché, va da sé, gli articoli di questi ultimi giorni, sono impeccabili, dall’inizio alla fine, parola per parola, virgola dopo virgola.

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EUROPA! EUROPA!

… altro principio inespresso, e questo perché addirittura è dato per scontato, è che i programmi decisi a tavolino dai governanti si realizzeranno con certezza in quanto i popoli sono oggetti passivi delle decisioni prese e non ci si aspetta da loro nessuna reazione se non l’obbedienza, la conformità anzi, più totale…

Nel 1997 l’antropologa Ida Magli pubblica  per Bompiani “Contro l’Europa”, opera da cui abbiamo tratto la frase che introduce questo contributo, e che si poneva l’obiettivo di spezzare il silenzio intorno all’Unione Europea evidenziando come i problemi che la sua costituzione, il Trattato di Maastricht, nonché le sue concrete articolazioni e realizzazioni a venire prospettavano, fossero problemi antropologici, quindi problemi degli/per gli uomini, e le donne, uomini e donne della cui esistenza solo gli economisti, come i dittatori, prefigurava Magli, si dimenticano e disinteressano. Molte di noi lessero Contro l’Europa e ne discussero con passione alcuni nodi, in qualche modo  anche provocatoriamente sollecitate da Ida Magli, attraverso le pagine del libro, ad affrontare temi che a quindici anni di distanza, e sono tanti!, segnano ancora molte delle nostre riflessioni, pur non condividendo sempre, allora come oggi, alcune delle conclusioni della saggista e/o il suo modo di porre e dipanare il ragionamento, e pensiamo in particolare – e se ne fa qui un cenno rapidissimo per elencazione- ai capitoli dedicati al rapporto tra islam e donne, tra comunismo e Cristianesimo, a Israele, all’antiamericanismo e al così definito addio all’Occidente…
Abbiamo scelto di riprendere in mano Contro l’Europa proprio in questi giorni e ne riproponiamo alcuni passaggi di stringente attualità, nostre lapidarie e nette interpretazioni/citazioni quali chiavi di lettura utili a offrire un ordine di riferimento, un contesto più ampio in cui inscrivere quanto stiamo vivendo: la crisi, l’euro come meta di salvezza, le leggi dell’economia assunte al rango di verità indiscutibile, di vera e propria religione.

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De espaldas al patriarcado – El lobo feroz

Un’amica e compagna ci ha segnalato questa bella canzone, El lobo feroz

http://www.youtube.com/watch?v=IklBXOdRUPQ

Qui di seguito il testo e la traduzione…

De noche cuando no le ven, el lobo feroz es cuando confunde miedo con valor, y sale a husmear cubierto de alcohol. En busca de esa mujer que vive con él, que como le cuida quiere poseer, y en la oscuridad sigue olfateando tras ella.

Los celos quiebran su razón, el primer bofetón, loca la cabeza, loco el corazón. Pobre perdedor todavía cree que esa mujer es suya… NO LO ES.

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Presentazione dei Quaderni Viola al Circolo Maurice

Martedì 6 dicembre – Altramartedì e circolo glbtq Maurice – via Stampatori, 10 (Torino)

ore 19.30 aperitivo di autofinanziamento

a seguire,

Insieme a Cristiana Albino del Collettivo Me-Dea e Lidia Cirillo curatrice del Quaderno Viola “Sebben che siamo donne”, ragioniamo sulla crisi economica, sull’intreccio tra genere e classe nella crisi, sul sindacato. Per arrivare a qualche proposta per una piattaforma

Con schede informative e brevi interventi di approfondimento, nel Quaderno Viola si presentano alcuni strumenti per comprendere come il debito sovrano e la finanza entrano nelle nostre vite; si considera la dimensione di genere nei processi di flessibilizzazione del lavoro; si mettono a confronto alcune esperienze di lotta delle donne con e senza il sindacato; si esamina il nesso tra sindacato e attività Lgbt e infine si presentano alcuni Suggerimenti per l’elaborazione di una piattaforma. confrontando le proposte di salario sociale, reddito di base e reddito di esistenza.

SERATA APERTA A TUTTE E TUTTI

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Donne. Crisi. Debito.

“… pochi possidenti, molti posseduti; pochi giudicano, molti sono giudicati; pochi quelli che consumano, molti sono consumati; pochi gli sviluppati, molti i travolti. E i pochi, sempre meno. I molti, sempre più: in ogni paese e nel mondo… cinque secoli fa, il 12 ottobre 1492, nacque un sistema che ha mondializzato lo scambio ineguale e ha fissato un prezzo al pianeta e al genere umano. Da allora trasforma in fame e denaro tutto ciò che tocca. Per vivere, per sopravvivere, ha bisogno dell’organizzazione diseguale del mondo…”
Eduardo Galeano

Nel luglio del 2010, a Istanbul, in occasione della sesta edizione del Forum Sociale Europeo, un corteo di migliaia di donne invade le strade dello shopping ricco della capitale turca: sono arrivate da oltre 30 paesi diversi, dalla Palestina al Kurdistan, dall’Iran all’Italia e tra loro si impongono le operaie turche del gruppo Desa, che lavora per i grandi marchi della moda come Prada, licenziate in massa perché chiedevano contratti regolari, orari e condizioni lavorative dignitosi, sicurezza sul lavoro; queste donne mettono al centro dei loro canti e dei loro slogan la violenza, prima causa di morte per tutte in ogni parte del mondo, la spinta a tornare a casa, come rinchiuse nei ruoli tradizionali di mogli e madri, la salute dei propri corpi e naturalmente il lavoro.
Durante il Forum, anche per iniziativa delle delegate della Marcia Mondiale delle Donne, rete femminista internazionale contro violenza e povertà che raccoglie circa 6000 associazioni di donne, collettivi e movimenti sociali in 150 paesi del mondo, le militanti della rete greca della Marcia mettono al centro delle riflessioni la questione della precarizzazione della vita, dal lavoro alle relazioni alla salute, e sono proprio loro a far irrompere, nella discussione politica femminista, il discorso sul debito.
In realtà già negli anni ’90, a partire dalle riflessioni di Mariarosa Dalla Costa, Silvia Federici, Andrée Michel e Inaìa Carvalho sulle politiche del debito in Africa, Brasile e Venezuela era stato sottolineato il nesso tra crisi, crisi economica, condizione femminile e pauperizzazione dei territori e dei popoli; ma la proposta delle militanti greche ha in sé un elemento di novità straordinario, vale a dire rendere pratica, continua e concreta una traccia di analisi, uno spunto di lotta mettendo, inoltre, al centro dei ragionamenti l’occidente ricco, l’Europa.

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Addio a Christa Wolf.

Ho cominciato a domandarmi perché nella nostra società tutto viene consumato e nello stesso tempo si va sempre alla ricerca di un capro espiatorio.
Christa Wolf

La scrittrice tedesca Christa Wolf è morta oggi a Berlino all’età di 82 anni. E’ stata una delle maggiori scrittrici tedesche del dopoguerra e la più importante cronista della Ddr. Fu accusata di non avere mai abiurato l’ideologia socialista, di non avere lasciato il suo paese pur avendone la possibilità e poi, dopo la caduta del Muro, di avere collaborato con la Stasi durante gli anni universitari.

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