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Brucia Kampina, brucia…

Riceviamo da una nostra lettrice e volentieri condividiamo.

Vorrei provare a mettere ordine nei miei pensieri, condividerli anche, forse perché anche io sono cresciuta nel quartiere delle Vallette, forse perché sono di poco più grande di una ragazzina di sedici anni che da quattro terribili giorni, dalla violenza, al rogo, dalla bugia, alla vergogna, vive tra titoli di giornali e fumo di povere cose che bruciano.
Alle Vallette sono arrivati i miei genitori dal Sud, la prima vera casa a Torino, il primo posto in cui provare a far progetti e non solo dormire tra un turno e l’altro alla Fiat…questo è un quartiere di gente forte, ma è anche un territorio difficile, cortili le cui case avrebbero bisogno di interventi radicali, strade in cui si riconosce subito l’assistente sociale che passa, bar che alle tre del pomeriggio sono spesso pieni di ragazzi che non hanno lavoro, scuole che sono trincee di speranza, trasformazione, a volte sconfitte: il mio quartiere.
Vorrei che guardaste la fotografia della signora rom con le lunghe trecce nere che si passa le mani sulla faccia e piange disperata davanti alle macerie annerite di fumo: l’ho riconosciuta dal foulard a fiori perché lo indossa tutti i giorni, quando la incontro in un quartiere ben diverso dove chiede l’elemosina, a volte sola, a volte con i suoi bambini…indossa quel foulard colorato sempre, non perché sia il suo preferito ma semplicemente perché non ne ha altri.

Gli zingari rubano. Rapiscono i bambini. Gettano il malocchio. Hanno belle macchine. Gli piace vivere nelle baracche, in mezzo al fango, senza luce senza gas senza acqua.
Gli zingari puzzano. Gli zingari stuprano.
A me quella ragazzina fa rabbia e tenerezza insieme, è furba e inerme figlia dei nostri pregiudizi, delle nostre paure, del nostro odio.
Mi fa tenerezza perché immagino la sua prima volta in mezzo a una strada, senza sapere bene che cosa aspettarsi, con la paura di essere scoperta e punita…
Lei è una femmina. Ha perso la verginità. E quindi è sicura che sarà punita. Dal padre, dal fratello.
Mi fa rabbia perché ha raccontato quello che sapeva sarebbe stato creduto subito, perché lo straniero puzza e  lo straniero violenta.
A lei vorrei dire che una donna, a qualsiasi età, ha la responsabilità di sé ma anche di tutte: lo stupro inventato fa male a te, ha fatto male a uomini donne e bambini indifesi, fa male a ogni donna non creduta, le cui parole vengono costantemente minimizzate e messe in discussione.
Sedici anni sono argine e spiegazione di quanto accaduto, non alibi.
Sedici anni per crescere. Non sei sola.
Lo stupro inventato. Lo stupro pretesto. Sempre sui nostri corpi, sempre in nostro nome o per il nostro onore. Sempre contro l’altro, marocchino, rumeno, zingaro.
La donna bianca non si tocca…se non è razzismo questo: quanti cortei di solidarietà, in quanti quartieri, in quante città italiane ogni volta che viene violentata o aggredita una donna in strada?
Quante teste voltate dall’altra parte, quanti non so, non sono fatti miei ogni volta che viene picchiata o offesa una donna in casa?
Il corpo  della donna bianca non si tocca…e se lo tocca uno che puzza e ha la pelle di un altro colore non è la solidarietà che fa scappare intere famiglie da un lurido cascinale che per loro è l’unica casa, non è la solidarietà che accende le torce, non è la solidarietà che incendia e brucia, non è la solidarietà che fa gridare vi ammazziamo tutti…è odio.
Odiare gli zingari i negri gli ebrei i marocchini i ladri le prostitute i mendicanti o odiare una società che distrugge annienta mercifica disprezza uomini e donne indistintamente, le loro vite, il loro lavoro e sentimenti relazioni speranze desideri?

Il mio è un quartiere di gente forte.

Maria

Posted in femminicidi, migranti, pensatoio, personale/politico, sessismo, storie di donne, violenza di genere.


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