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MEDEA

Dicono di Medea che ha ucciso i suoi due figli: ma non è vero, glieli hanno uccisi quelli di Corinto. Dicono che era gelosa di Giasone, ma non è vero, amava riamata un altro. Dicono che ha ucciso la nuova sposa di lui, Glauce, ma non è vero, la ragazza si è gettata nel pozzo. Dicono che aveva ucciso il fratello, Absirto, ma non è vero, lo aveva ucciso il padre per impedirgli di succedergli. Dicono che è una maga, ma non è vero, aiuta i malati a guarire. Dicono che è libera, selvaggia, indomita, straniera. Soltanto questo è vero.

MEDEA: la riscoperta del mito originario

Il nome Medea evoca la figura di una donna, una maga, ma soprattutto della madre che ha ucciso i propri figli. Tale è la versione presentataci da Euripide e cristallizzatasi nell’immaginario collettivo, tanto da influenzare tutte le riletture successive, sino a un punto di svolta: la Medea di Christa Wolf.

Il mito di Medea appartiene ad un’epoca in cui non esisteva ancora la scrittura e i miti venivano trasmessi oralmente, fino a quando i Greci si impossessarono non solo delle terre, in cui prima vivevano le popolazioni originarie di quelle aree attorno al Mediterraneo, ma anche delle storie, delle saghe, dei miti di quei popoli. Da questo momento in avanti, i Greci potevano decidere se e come continuare a narrare quelle storie, riplasmarle, reinterpretarle, integrarle e conservarle nella storia di un patriarcato che iniziava a dominare sempre più incontrastato.

Come per altre figure, anche il mito di Medea ha subito tale processo di scrittura in epoca patriarcale, per cui, da divinità potente e benefica, è divenuta simbolo di male e follia. La tragedia euripidea, che ha indubbiamente portato alla ribalta la figura femminile di Medea, si proponeva come rappresentazione dello scontro tra il mondo arcaico e istintuale della Colchide (Medea) e quello civile e raziocinante dei Greci. Euripide ne consacra  l’atroce violenza perpetrata dalla barbara della Colchide sulla propria prole, segnando un punto di svolta nell’immagine di Medea: la Medea infanticida.

Immagine puntualmente accettata e adottata da questo momento in avanti, da Ovidio (le Heroides e le Metamorfosi ) e Seneca (Medea) sino alle riletture novecentesche. Nel Novecento, il personaggio si fa tuttavia più complesso: Medea compie ancora il delitto, ma la sua malvagità è diminuita, è determinata dalle circostanze. Nella trasposizione scenica di Jean Anouilh, Medea è uno strumento nelle mani del Fato: il suo destino è di essere la straniera, la barbara vendicativa. Il dramma di Corrado Alvaro la descrive vittima delle persecuzioni razziali. E Pier Paolo Pasolini, nella sua trasposizione filmica, accentua il conflitto culturale e antropologico tra Medea, rappresentante di un mondo ancestrale e metafisico e i cittadini di Corinto, che vivono invece secondo razionalità. La caratteristica comune alle riscritture novecentesche è l’insistenza sull’alterità di Medea: barbara, straniera, esiliata, diversa.

La figura di Medea esiste tra l’altro già prima della versione euripidea, ma diventa assassina dei suoi figli sono nella tragedia greca. Perché?

Risposta a tale questione viene presentata e diffusa nel 1996 dall’autrice che – specularmente a Euripide – segna il secondo profondo punto di svolta nell’immagine di Medea: Christa Wolf.

La Wolf parte dall’incongruità fra l’etimologia positiva del nome – Medea, ossia «colei che porta consiglio», come si conviene a una guaritrice – e la raffigurazione di Medea come di un’infanticida. Nel corso dei millenni la figura di Medea è stata ribaltata nel suo opposto da un bisogno patriarcale di denigrare lo specifico femminile. Medea non poteva però essere un’infanticida perché una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli. La Wolf rintracciò anche le fonti antecedenti a Euripide che confermavano il suo assunto di fondo.

La Wolf riscopre e riscrive il mito originario, che successivamente venne occultato da Euripide, in obbedienza agli interessi degli abitanti di Corinto.

Obbedienza sottolineata dalla testimonianza di Parmenisco, grammatico alessandrino, che afferma che i Corinti avevano pagato, e bene, Euripide perché li scagionasse dalle voci che li accusavano di aver lapidato i figli di Medea; che bisogno c’era di pagare il tragediografo se Medea era colpevole? Questione aperta o solo maldicenza?

Il nodo chiave della questione è: perché si è sentito il bisogno, nel corso della storia, di vedere Medea come una donna selvaggia, criminale, da perseguitare? Perché tale raffigurazione distorta si è radicata nella nostra cultura?

Abbiamo visto come tale scrittura avvenne in epoca patriarcale. E come Medea – donna forte e libera, depositaria di un sapere ancestrale del corpo e della terra – rappresenti invece il simbolo di una società matriarcale. La Wolf vede una risposta a tale domanda nella storia ideologica della società patriarcale che, soprattutto nei periodi di crisi, tende a cercare un capro espiatorio, caricando di segni negativi una determinata figura, spesso femminile.

Medea non si lascia intimidire dal potere o dalla codificazione sociale da cui è attorniata, si sente libera e si guarda intorno, scruta, indaga, per comprendere. Ed è così che viene a scoprire il crimine di morte e violenza su cui si basa il potere (di Corinto).

La figura di Medea diventa occasione per una riflessione sulla ‘diversità’ femminile. La cultura della maga della Colchide si nutre dei riti misteriosi del corpo e della fertilità: è una cultura matriarcale che rifiuta la violenza del potere. Medea non può che scoprire con orrore la logica di dominio che regge l’ordine (patriarcale; maschile) fondato dal re di Corinto Creonte.

Medea contrappone il proprio essere altro alla strutture del potere, esprime la propria estraneità a tale sistema di valori. I corinzi – e il potere – hanno paura di Medea, che mette in crisi le loro credenze, che non si piega a venerare i loro idoli, che indaga la società che le sta attorno. I crimini che le vengono attribuiti a partire da Euripide sono il frutto di questa paura: la società ha bisogno di creare il mostro, di trovare un capro espiatorio e di scaricare così ogni responsabilità.

MEDEA: il mito ufficiale

Medea è figlia del re di Colchide, Eete, figlio del Sole e custode del vello d’oro, datogli in dono da Frisso come ringraziamento per averlo accolto, fuggiasco, nelle sue terre. Medea è quindi nipote del Sole e nipote anche della maga Circe, sorella di Eete, figlia anch’essa del Sole. Madre di Medea è Idia, una delle Oceanine, ossia figlia di Oceano e di Teti e personificazione delle acque dei ruscelli e delle sorgenti.
In accordo con la tradizione della tragedia attica e con la leggenda degli Argonauti, in tutta la letteratura alessandrina e poi in quella romana, Medea incarna il tipo della maga. Allorché Giasone giunse nella Colchide a capo della spedizione degli Argonauti per rubare il vello d’oro, Eete non rifiutò di consegnarglielo ma gli impose di superare una serie di prove: Medea, che fin dal primo incontro se ne era perdutamente innamorata, gli fece promettere che se l’avesse aiutato a superare le prove impostegli dal padre l’avrebbe sposata e portata con sé in Grecia.
Infatti Medea non approvava la politica del padre di uccidere tutti gli stranieri che approdavano sulle sue terre e, dopo esser stata da lui imprigionata, aveva progettato di andar via dalla Colchide. Giasone promise e Medea lo aiutò con i suoi incantesimi a impadronirsi del vello d’oro, indispensabile a Giasone per riconquistare la città natale di Iolco, caduta nelle mani di suo zio, Pelia, usurpatore del trono che legittimamente sarebbe spettato appunto a Giasone. Medea fuggì dunque con Giasone, tradì suo padre e, per ritardare l’inseguimento di Eete, prese in ostaggio il proprio fratello e non esitò a ucciderlo e a farne a pezzi il corpo, costringendo il padre a fermarsi per raccoglierli e seppellirli.
La nave degli Argonauti peregrinò per il Mediterraneo inseguita dai soldati di Eete e senza che il matrimonio promesso venisse celebrato: tutte le leggende sono concordi su questo punto e tutti gli ulteriori delitti di Medea che queste raccontano vengono spiegati e scusati con lo spergiuro di Giasone. Solo presso la corte di Alcinoo, ove la nave fece scalo in seguito, l’unione si compì: Alcinoo aveva in animo di restituire Medea al padre, ma solo se fosse stata ancora vergine, Giasone si congiunse con lei per salvarla. Ritornati a Iolco con il vello, Giasone progettò la vendetta nei confronti di Pelia: Medea convinse le figlie del re di essere capace di far ringiovanire qualsiasi essere vivente semplicemente facendolo bollire in una pozione magica da lei stessa preparata. Buttò un vecchio ariete in un paiolo e di lì a poco ne uscì un giovane vitello! Così convinte, le figlie fecero a pezzi il padre e lo gettarono nel paiolo che Medea aveva preparato, ma Pelia non ne uscì mai…
Una tradizione successiva, volta a riabilitare la figura di Giasone, riferisce che fu idea della sola Medea l’uccisione di Pelia: il racconto della leggendaria spedizione degli Argonauti costituisce un ciclo intorno al quale si ricollegano un gran numero di leggende locali nonché poemi e opere d’ogni genere, non era accettabile che il suo principale eroe fosse meno che nobile e probo.
In ogni caso, Medea e Giasone furono banditi da Iolco e si rifugiarono a Corinto, che era il paese d’origine di Eete e su cui regnava Creonte. Vissero felici a Corinto per dieci anni, duranti i quali Medea diede a Giasone due figli, Fere e Mermero, fino a che Giasone si stancò di Medea perché invaghitosi della giovane e bella Glauce, figlia del re e pure perché intravedendo la possibilità di conquistare il trono.
Di nuovo allo scopo di riscattare la figura di Giasone, alcune tradizioni riportano che fu Creonte a imporre la figlia a Giasone in moglie e a bandire Medea. Secondo la prima versione, Medea chiamò tutti gli dei a testimonianza del giuramento di Giasone e meditò la vendetta: immerse una splendida veste adornata di gemme in veleni da lei preparati e chiese ai suoi figli di consegnarla a Glauce come abito nuziale, in segno di accettazione del suo destino. Appena Glauce indossò la veste questa prese fuoco e con lei bruciò il padre, che era accorso in suo aiuto alle grida, e tutto il palazzo.
Secondo Euripide è a questo punto che Medea, folle di gelosia per l’infedeltà di Giasone, uccise i loro due figli, ma secondo altre versioni più antiche furono i Corinzi a lapidare i ragazzi, che Medea non riuscì a trovare durante la fuga, per punirli di aver portato la veste a Glauce e aver causato il rogo.Medea fuggì ad Atene su un carro trainato da cavalli alati, dono di suo nonno il Sole, mentre Giasone ritornò a Iolco, ove congiurò contro il cugino Acasto e si impadronì del trono. Medea si unì a Egeo re di Atene e gli diede un figlio, Medo.
Secondo i tragici, Medea fu cacciata anche da Atene per aver tentato di uccidere Teseo, figlio di Egeo e legittimo erede. In seguito Medea tornò in Colchide, dove governava suo zio Perse, che aveva spodestato Eete, lo fece uccidere e restituì il trono al padre, fino a quando fu Medo a succedergli e a regnare sulla Colchide.
Esiste una tradizione secondo la quale Medea non morì mai, ma assurse ai Campi Elisi dove si sarebbe unita ad Achille.


3 Responses

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  1. Alessandro says

    ciao,
    ho appena terminato di leggere Medea della Wolf per la seconda volta..per me il libro più toccante, potente e incantevole di questa scrittrice meravigliosa.
    Ogni riflessione che Medea fa nel libro, verrebbe voglia di scriverla fiammeggiante su un muro perchè tutti la guardino e ci facciano i conti. Ma chissà quanti ne comprenderebbero il peso e la valenza…
    Complimenti a voi cmq, non sapevo della leggenda di Medea amante di Achille…vengono i brividi solo a pensarlo. Medea con l’assassino di Pentesilea..certo che perversa fantasia stì greci.
    Un saluto

  2. me-dea says

    non so come mai stia capitando!
    comunque se hai bisogno di comunicare con noi puoi utilizzare la nostra mail
    noi.medea@gmail.com

  3. marilena maffioletti says

    non riesco più a leggere i commenti del vostro blog! Spariscono dal video, non ho nessun numero di telefono per comunicare con voi e invio questo messaggio per informarvi. Grazie e ciao a tutte



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