Condividiamo un post che vale la pena di leggere. Dal blog Femminismo a Sud
La violenza di genere ha molte forme, striscia e si insinua nel quotidiano di tutte le persone. Accompagna le nostre esperienze di vita, ci modella, ci rappresenta, parla a nome nostro, ci toglie la voce. La nostra immagine pubblica è già stabilita, le relazioni con l’altro pure. Le molteplici forme di violenza sulle donne e sui generi dissidenti sono lo strumento che impongono il mantenimento di quest’ordine.
Le rivendicazioni dei movimenti femministi e i singoli No! di ogni donna hanno sempre vissuto una intransigente repressione fatta con il discredito e la violenza, una invisibilizzazione, una totale mancanza di considerazione e rispetto.
Oggi abbiamo la sensazione e forse la certezza che l’immagine della donna sia nuovamente in balia dei modelli egemonici, la donna è funzionale all’intrattenimento, alla procreazione e all’attività di ammortizzatore sociale. In Italia la metà delle donne non ha uno stipendio, ma quasi tutte svolgono lavori di cura non retribuiti.
Una nuova ondata maschilista, che coinvolge istituzioni, mercato del lavoro, dell’istruzione, della comunicazione e della famiglia accompagna e fomenta con forza nuove forme di repressione e di violenza.
Un tentativo di definire questo fenomeno pone in primo piano il “contraccolpo” del femminismo, il cosiddetto backlash. Susan Faludi, scrittrice e femminista statunitense, analizza il fenomeno americano .
Nel suo libro “Il sesso e il terrore” afferma che questo nuovo anti-femminismo nasca in seguito ad un evento preciso: l’11 settembre 2001. Spiega come, analizzando le reazioni conservatrici post-attentato attraverso le dichiarazioni di politici o i dibattiti nei talk-show, le rivendicazioni femministe fossero un grosso ostacolo da abbattere. Con una politica estera fondata sulla forza e l’uso della violenza, e una politica interna all’insegna dello spirito di nazione ogni rivendicazione avrebbe rappresentato un freno per il raggiungimento dell’obiettivo principale, il bene comune a cui bisognava sacrificarsi. Gli uomini, chiamati alla guerra per difendere la propria “patria” furono sollecitati a riscoprire la propria virilità, a spogliarsi di tutti quei tratti considerati femminili e dannosi, a rimettersi il costume da cow-boy.








