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Una donna non COnTa niente!

Guardare alla Lombardia dal Piemonte non è cosa nuova. Si va a Milano a lavorare, o si vorrebbe, considerata la situazione, indegna, dei treni per i pendolari, e si va a Milano a far shopping, qualche ora tutto compreso con l’alta velocità…dall’elezione in Piemonte di Roberto Cota, presidente della Giunta Regionale, si va a Milano a prendere ispirazione, per non dire a copiare, come dal vicino di banco più bravo: sanità, istruzione, amministrazione del territorio: non è mai stato un mistero, sin dalla campagna elettorale, con quanta convinzione questa coalizione considerasse il modello Formigoni esempio cui tendere, traccia entro la quale muoversi.
Superando per integralismo persino il Movimento per la Vita – che si è “limitato” a premere per la presentazione di una legge regionale che finalmente legittimasse l’ingresso dei suoi volontari entro i consultori in ottica antiabortista, il che, ricordiamolo sempre, vuol semplicemente dire contro le donne e la loro capacità di scelta sul proprio corpo e ha ottenuto di fatto un atto amministrativo il cui iter, nonostante la sentenza del Tar, è ancora tutto da definire – la Giunta Cota ha dichiarato una vera e propria guerra al principio di autodeterminazione, colpendo da un lato i consultori, le cui finalità, sostanza e attività vengono completamente stravolte e dall’altro le donne, alle quali si gettano in faccia pochi euro purché non abortiscano.

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Un assegno anti aborto dalla Regione Piemonte

Qui la rassegna stampa dei giornali locali di oggi:

La StampaLa Repubblica 1 La Repubblica 2

Qui l’intervista di MeDeA ai microfoni di Radio Blackout

Il Piemonte copia la Lombardia di Formigoni e propone un contributo di 250 euro al mese dal terzo mese di gravidanza al diciottesimo mese di vita del bambino. Se la somma dovesse essere quella ipotizzata diventerebbe una cifra piuttosto importante: seimila euro. L’emendamento alla legge finanziaria regionale che porta la firma di Gianluca Vignale della corrente ribelle di Progett’azione è stata votata da 22 consiglieri del Pdl ma non dalla Lega (che ha deciso per la discussione in aula) ed è stata approvata ieri in commissione bilancio. Sarà discussa in Consiglio regionale.
Il modello è quello lombardo, progetto Nasko: le aziende sanitarie erogano fondi per chi rinuncia all’interruzione di gravidanza con la costituzione di convenzioni con consultori privati. La futura mamma concorda con il consultorio un progetto personalizzato che tenga conto dei bisogni effettivi, contingenti e futuri, della donna e del bambino. Le beneficiarie ricevono una carta prepagata sulla quale ogni mese viene caricato il contributo regionale, previo controllo da parte della Regione sul corretto utilizzo e sull’attuazione del progetto di aiuto personalizzato.Ccosì dopo il respingimento del ricorso al TAR contro la delibera Ferrero arriva l’assegno per le donne che decidono di non abortire.

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Il filo rosso sangue che ci unisce. Lettera di Gabriela dal carcere

Quello che segue è un estratto della lettera che Gabriela (detenuta dal 26 gennaio nell’ambito dell’inchiesta contro i no tav) ha scritto a suo zio dal carcere di Torino. Può sembrare un po’ strano rendere pubblica una lettera così “privata”, ma abbiamo deciso di diffonderla (ovviamente con il consenso di Gabri) perché le questioni che solleva, seppur “personali”, ci sembrano tutt’altro che “private”. In questa lettera infatti, ancor più che nei soliti comunicati, emergono limpide le ragioni, o meglio i sentimenti, che stanno alla base della scelta di schierarsi a fianco del popolo no tav, e soprattutto la continuità con le battaglie di chi ci ha preceduto, in particolare con la lotta partigiana, tradita, incompiuta e con la quale questa lettera ribadisce il filo rosso, rosso sangue, che ci unisce.

«Ma io vorrei morire stasera, e che tutti voi moriste col viso nella paglia marcia, se dovessi un giorno pensare che tutto questo fu fatto per niente». (Renata Viganò)

Caro zio e compagno Franco,
partigiano nella 36a Brigata Garibaldi,
Sento giusto chiamarti zio quanto compagno. Il mio amatissimo nonno, che mi allevò meglio di un padre e mi illuminò il cammino con l’esempio, era tuo cugino, ma forse per timidezza non seppe mai dirti che ti teneva nel cuore come un fratello. Un fratello di cui andava assai fiero. Altrettanto fiero era della sua famiglia. Quando mi parlava di tuo padre Pietro e dell’incarcerazione che subì, del suo povero papà Giovanni che non poté conoscere, e del suo nonno Paolo, che quando vedeva i fascisti gli diceva di passare da un’altra parte, i suoi occhi fino all’ultimo dei suoi giorni si riempivano di commozione e di orgoglio. E diceva: «I Sangiorgi son gente che non abbassa la testa!».
Vedi, non ha importanza se l’anagrafe non mi dà ragione. Io sono una Sangiorgi. Il mio cuore batte proprio forte come il vostro. Vostro è il sangue che mi scorre nelle vene. Lo stesso che un tempo vi spinse a ribellarvi ai soprusi e alle violenze della tirannide nazi-fascista. Lo stesso sangue che vi portò a lottare anche a costo della vita, seguendo ideali di eguaglianza e di libertà. Se ti scrivo è perché so, quindi, che potrai comprendermi.

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Lucha Y Siesta non si vende!

Riceviamo dalle compagne e amiche di Lucha y Siesta di Roma e condividiamo con voi.

I diritti delle donne non si toccano!

Oggi è iniziata la campagna in difesa della casa delle donne Lucha y Siesta.

La casa delle donne Lucha y Siesta, in Via Lucio Sestio 10, occupata l’8 marzo del 2008, per ospitare l’esperienza di molte donne rischia di essere sgomberata in nome di una logica sconsiderata che ha perso di vista la centralità del bene pubblico come risorsa comunitaria.

Oggi in tante e tanti siamo andati nella sede di Atac Patrimonio perché questa società compartecipata comunale, ha deciso di vendere lo stabile di Via Lucio Sestio, insieme ad altri immobili, per far fronte alle inefficienze economiche della mala gestione capitolina. Oggi abbiamo scoperto che per vendere questo immobile, non inserito nella delibera 39/2011 che riguardava la generale dismissione del patrimonio dell’ATAC, si è rispolverata una vecchia delibera del commissario straordinario prefetto Morcone del 2008.

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Un messaggio da Gabriela

Ieri alcuni compagni notav sono finalmente usciti dal carcere. Non sono completamente liberi, perchè sottoposti agli arresti domiciliari, ma almeno hanno potuto raggiungere le loro case e le loro famiglie.

Anche Gabriela è uscita, dopo aver patito fame, freddo e la compagnia delle pulci…Ci ha mandato questo messaggio che condividiamo con voi.

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Lazio: i consultori non si toccano!

La Giunta Polverini ci riprova. Ancora una volta abbiamo capito chiaramente quali sono le priorità della Giunta Regionale. Ieri, in commissione lavoro, durante la discussione sulla proposta di legge sul  ‘sistema integrato di interventi dei servizi e delle prestazioni sociali per la persona e la famiglia nella regione Lazio’, l’Assessore Forte ha compiuto l’ennesimo tentativo di cancellare i Consultori Familiari così come li abbiamo conosciuti e così come, con le lotte, ce li siamo conquistati.
È stato, infatti, presentato un emendamento con il quale si vuole abrogare l’Art. 6 della L.R. 15/76, ovvero quell’articolo dove veniva definita e normata l’attività dei consultori e la loro funzione. L’emendamento per il momento è stato accantonato grazie alle pressioni delle opposizioni, ma questo non cancella la sua gravità e non significa che il pericolo sia scongiurato. Questo ulteriore attacco alla salute e alla libertà di scelta delle donne, viene non a caso a neanche un mese di distanza dalla dimostrazione di forza e autorevolezza dell’Assemblea permanente delle donne contro la proposta Tarzia, Assemblea promotrice dell’incontro nazionale sulla difesa dei consultori e dell’autodeterminazione delle donne “La vita siamo noi” –  che ha fatto confluire a Roma centinaia di donne da tutt’Italia, che si stanno organizzando per opporsi ai continui e reiterati attacchi contro i loro diritti e i loro spazi di libertà.

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Sentenza del Tar: le donne non contano

Riceviamo e pubblichiamo a proposito della sentenza del Tar Piemonte al ricorso della Casa delle donne di Torino contro la Delibera Ferrero.

La Casa delle donne di Torino, insieme alle tante associazioni che si riconoscono nelle Donne di Torino per l’Autodeterminazione, esprime forte indignazione per la sentenza che il Tar ha emesso sul nostro secondo ricorso presentato contro la Delibera della Giunta regionale che prevede l’ingresso dei volontari pro-vita nei consultori e nel percorso sanitario previsto dalla legge 194 per l’interruzione volontaria di gravidanza.

Ecco le vergognose motivazioni con le quali il nostro ricorso è stato respinto.
La sentenza sostiene che le giovani donne non hanno interesse a ricorrere, in quanto non sono nè gravide nè già madri (?). Ci pare che un’interpretazione di questo genere abbia la conseguenza di rendere, di fatto, la deliberazione della Giunta Regionale non impugnabile; infatti è evidente che i tempi previsti per l’interruzione della gravidanza sono incompatibili con quelli di impugnazione di un atto amministrativo.
Anche la Casa, a parere del Tar, non ha interesse a ricorrere, in quanto la Giunta Regionale avrebbe ottemperato alla precedente sentenza, ampliando il novero dei soggetti ammessi al convenzionamento con le ASL.

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La stagione della vanga

Il testo è tratto da Viviane Forrester, Una strana dittatura, Ponte alle Grazie, 2000.
Il titolo è nostro, e rimanda alle vicende di questi giorni, all’arrangiatevi! Non detto mai esplicitamente e che evidentemente non si riferisce solo alla neve…
… che farne della famosa vanga, dunque?!

Adattarsi! Ingiunzione generale! Adattarsi, tutti, ancora e sempre. Al fatto compiuto, alle fatalità economiche, alle conseguenze di tali fatalità, come se la congiuntura fosse di per sé fatidica, la Storia conclusa, ogni cambiamento impossibile.
Adattarsi all’economia di mercato, sottinteso: all’economia speculativa.
Adattarsi agli effetti della disoccupazione, cioè al suo sfruttamento spudorato.
Adattarsi alla globalizzazione, cioè alla politica ultraliberista che ne ha la gestione.
Adattarsi alla competitività, cioè al sacrificio di tutti per ottenere la vittoria di uno sfruttatore su un altro sfruttatore, partecipi entrambi allo stesso gioco.
Adattarsi alla lotta contro i deficit pubblici, cioè alla distruzione metodica delle infrastrutture essenziali e alla soppressione programmata delle protezioni sociali e delle conquiste sociali.

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MARIJA GIMBUTAS: un altro mondo è già stato

Riceviamo e volentieri segnaliamo.

Sabato 11 febbraio, al NoWay Squat di via Asinari di Bernezzo 21/a , dalle ore 16, un pomeriggio dedicato ai temi del femminismo anti-specista. Oltre alla presentazione della rivista Veganzetta, è in programma la proiezione del documentario SIGNS OUT OF TIME, di Donna Read e Starhawk (2004). Il documentario ripercorre la vita e l’opera dell’archeologa lituana Marija Gimbutas (1921-1994) auto-finanziato da un gruppo di sue amiche e collaboratrici a 10 anni dalla sua scomparsa.
Una bella occasione per riscoprire o conoscere il viaggio ostinato di una delle donne che contribuirono a mettere in crisi la narrazione logo-fallocentrica e autorefenziale della storia dell’Occidente. In soli 10 anni ( tra il 1967 e il 1978) la Gimbutas, conducendo scavi nel bacino del Danubio, nei Balcani – in Macedonia e in Tessaglia – e in Puglia, scoprì e decifrò i segni un altro mondo, la civiltà dell’Antica Europa, che parlava una lingua femminile prima delle invasioni indoeuropee. Prima che le muse fossero piegate a cantare l’ira virile di Achille, prima del dispotismo miceneo, prima della segregazione del femminile nella Grecia  “culla della civiltà” che abbiamo imparato a scuola, prima che il divino si trasferisse dalla terra al cielo, e che Zeus esiliasse nell’oblio  la Dea Madre, proiettando sul mondo un modello verticale del potere e dei rapporti sociali e tra i generi, prosperò una società policentrica, dagli insediamenti privi di fortificazioni. Più che matriarcali – termine che suggerisce un modello di potere specularmente simile al patriarcato, le società della Vecchia Europa erano infatti matrifocali, caratterizzate da rapporti fluidi tra i generi (vi erano ad esempio diffusi i visiting marriages) e socialmente orizzontali ( le necropoli non conoscevano distinzioni di rango nelle sepolture).
Un bel modo per ricordarci che il patriarcato e le gerarchie sono costrutti sociali modellati dalla storia e non enti di natura consegnati all’eternità.

http://piemonte.indymedia.org/article/14055

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Storia della legge sullo stupro

La Cassazione ha annullato una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere  per due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del frusinate ed ha rinviato il fascicolo allo stesso giudice perchè faccia una nuova valutazione, tenendo conto dell’interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte alla sentenza n. 265 del 2010 della Corte Costituzionale. A partire dal 2009, con l’approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale non era consentito al giudice di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni, misure cautelari diverse del carcere in carcere. Secondo la Corte Costituzionale, invece, la norma è in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione. Per questo la Consulta ha detto sì alle alternative al carcere.

Questa sentenza potrebbe stupire, ma val la pena ricordare che in Italia fino al 1996 la violenza sessuale non era considerato reato contro la persona, ma contro la morale pubblica. A questo proposito, vi proponiamo questo utile e interessante approfondimento pubblicato qualche tempo fa da Femminismo a sud.

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Storia della Legge sulla violenza sessuale: uno stupro culturale durato venti anni e più.

Prima dell’attuale codice penale c’era (e c’e’ ancora nelle parti non modificate) il Codice Rocco, elaborato e promulgato in pieno regime fascista. La parte più difficile da modificare, a cui i giuristi erano attaccati per tradizione, era (lo è sempre) quella dei diritti individuali. Tra questi un particolare interesse veniva destinato al mantenimento del sistema familiare patriarcale fascista in cui la donna era (o è?) “sposa e madre esemplare”, creatura soggetta ed obbediente al suo destino biologico, alla funzione riproduttiva esaltata come missione per il bene della Patria, cioè del Regime.

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