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Stupro di gruppo, salta il carcere

di Chiara saraceno da Repubblica 3 febbraio 2012

Lo stupro di gruppo è un atto particolarmente odioso, che moltiplica la violenza subita dalla donna che ne è vittima. La moltiplica materialmente, aggravando il danno fisico, psicologico, emotivo che infligge. Lo stupro viola l´intimità della donna, il suo senso di integrità e di controllo su di sé. Quando è più di uno a compierlo l´esperienza di perdita di sé diventa estrema.
Lo stupro di gruppo esplicita anche, enfatizzandola, l´oggettivazione della vittima e del suo corpo, reso puro oggetto delle pulsioni dello stupratore e insieme trofeo di gruppo, documentazione reciproca del proprio potere di maschi, strumento di consolidamento del rapporto di gruppo. Infine, è un atto ancora più vigliacco dello stupro individuale, dato che i singoli usano la forza del gruppo per sopraffare la loro vittima.
È difficile comprendere come la Corte di Cassazione abbia potuto equiparare lo stupro di gruppo allo stupro individuale, con l´argomento che il primo «presenta caratteristiche essenziali non difformi» dal secondo.
Come se si trattasse di tanti atti individuali senza collegamento tra loro, ignorando proprio il contenuto di gruppo dell´atto e le sue conseguenze per la vittima. Eppure, per altri reati, l´essersi organizzati con altri per compierli è un´aggravante che in qualche modo cambia il tipo di reato. Se il farlo in gruppo è un´aggravante quando si distruggono cose e si aggrediscono (non sessualmente) persone, o si partecipa a forme di protesta non autorizzate, perché se si stupra una donna invece diviene irrilevante?

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La vita siamo noi. Il report del gruppo di lavoro sul corpo

Vi avevamo promesso che avremmo riportato sul blog i vari materiali usciti dall’assemblea nazionale delle donne “La vita siamo noi” che si è tenuta a Roma qualche settimana fa.

Eccovi per intanto una prima bozza del report del gruppo di lavoro sul CORPO

Il punto centrale che ha caratterizzato la maggior parte degli interventi proposti nel tavolo sul corpo è la questione dell’autodeterminazione femminile. La posta in gioco che è stata sollevata nel dibattito su sessualità, obiezione di coscienza, maternità e pillole, è stata proprio la libertà di scelta femminile, pratica e affermativa. L’autodeterminazione per noi non è solo un diritto, ma un modo di stare al mondo.
La discussione è stata molto piena e ricca. Proponiamo una sintesi che prova a declinare la questione dell’autodeterminazione in tre punti, per indicare di volta in volta le  proposte pratiche e politiche, che partano da mobilitazioni dal basso, agite direttamente dalle donne.
1. Sessualità. Siamo partite da un’interrogazione che ha provato definire come si è modificata la percezione del proprio corpo e del sé. Ci siamo domandate quale è il livello di informazione rispetto alla sessualità, ai consultori e ai servizi.

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Il ricorso contro la Delibera Ferrero: l’ennesima udienza.

Riceviamo dalla Casa delle donne di Torino e diffondiamo.

Ciao a tutte, il 25 gennaio si è svolta l’udienza al Tar sul nostro ricorso. Il tribunale ha deciso, sulla base degli atti in suo possesso (cioè
senza dibattimento), di andare direttamente a sentenza. Incrociamo le dita, fra qualche settimana sapremo.
Qui di seguito il nostro comunicato stampa.
A proposito della conferenza stampa  indetta il 24/1 da tutte le Consigliere regionali di opposizione: da tutti gli interventi sono emersi i punti principali su cui l’opposizione dovrà impegnarsi, indipendentemente dall’esito del ricorso.
Abbiamo ricevuto un primo video, quello dell’intervento di Eleonora Artesio. Questo è il link: http://www.youtube.com/watch?v=6omqxBl7GwA&feature=youtu.be

Casa delle donne di Torino

Comunicato Stampa – Si è tenuta, davanti al Tar Piemonte, l’udienza della causa promossa dalla Casa delle Donne di Torino e da sei giovani donne, difese dalle avvocate  Mirella Caffaratti e Arianna Enrichens, contro la delibera della Giunta Regionale del luglio scorso. Come si ricorderà, la storia incomincia nell’ottobre 2010 quando la Giunta Regionale emanò una delibera con cui ammetteva i volontari pro-vita nelle strutture pubbliche consultoriali e nel percorso sanitario per l’interruzione volontaria di gravidanza (L.194/78).

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Tutte le ragioni di Nerino

di Monica Perugini (Lista Sommosse)

dopo l’intervista alla stampa locale alcune considerazioni sulla vicenda della chiusura dell’OMSA di Faenza

Leggendo l’intervista che Nerino Grassi, titolare del gruppo Golden Lady proprietario dello stabilimento OMSA di Faenza chiuso per delocalizzare in Serbia,  ha rilasciato ad un quotidiano locale (dopo aver disdetto, pochi giorni fa, l’intervista a RAI 3), si può dagli torto su tutto, ma non sul fatto che la “pratica OMSA”  sia stata concordata e avvalorata da tutte le parti sociali, sindacati compresi,  oltre 5 anni fa. Del resto il primo stabilimento serbo era stato inaugurato sette anni orsono e di ciò dovrebbe ricordarsene bene, per esempio,  l’ex sindaco di Faenza (vi lascio indovinare di che partito fa parte…) invitato e accompagnato all’evento dallo stesso padron Nerino sul suo jet privato.

Tutti sapevano, compresi i sindacati dei lavoratori e,  dice bene quindi Grassi, anche le lavoratrici. Allora perché tanto stupore? Perché lamentarsi che il licenziamento, mera prassi burocratica conseguente a procedure intraprese per tempo, sia stato spedito via fax al sindacato e non alle operaie coinvolte che, aggiunge il padrone dipinto con colori positivi dalla versione locale di una stampa tutt’altro che d’assalto,  non potevano non conoscere? E difatti ha ragione, Nerino, a parlare così:   in casa sua tutto torna. I conti, perché come sempre li ha fatti giusti e la legge che gli da’ ragione. Quello che non torna, oltre ovviamente ai conti delle operaie che fra poche settimane saranno a casa disoccupate,  è il comportamento del sindacato che si trova in una situazione a dir poco imbarazzante. Sempre che se ne renda conto.

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“E’ maschio o femmina? Lo deciderà lo Stato!”

Care compagne di MeDeA, sono contenta che il mio contributo sul corpo abbia suscitato dibattito e le considerazioni di V.S. sono così  ricche  di spunti che mi è stato difficile scegliere da dove cominciare per rispondere! Vi mando le mie riflessioni.
Un abbraccio Elisabetta Teghil

“E’ maschio o femmina? Lo deciderà lo Stato!” (dal film Louise Michel– Francia 2009)

Che la lettura di classe ,da sola, non sia sufficiente a leggere la società e, in particolare la specificità delle questioni di genere, la cui caratteristica precipua è la trasversalità, non solo è condivisibile, ma è patrimonio del movimento femminista. Ma è importante partire da questo dato perché, intorno al tema, c’è molto silenzio e saltandolo a piè pari, non solo ci neghiamo una chiave di lettura, ma, anche e soprattutto è imprescindibile nell’odierna agenda politica delle nostre lotte.
L’uso dell’emancipazione come fine e non come mezzo, nella visione femminista socialdemocratica, ha annullato l’orizzonte della libertà, la strumentalizzazione delle diversità è stata uno dei veicoli attraverso i quali  sono state promosse le guerre umanitarie, la tutela delle differenze sessuali, con una lettura asimmetrica, viene “scoperta” solo in paesi non allineati all’occidente, per cui si è arrivati al paradosso tragico, che se circola in rete il blog di una lesbica di un certo paese che denuncia persecuzione, siamo sicure che quel paese è nell’elenco dei paesi da invadere.

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La Valsusa non si arresta!

Stamattina ci siamo svegliate con la notizia dell’ondata di arresti, perquisizioni e di misure cautelari che la Procura di Torino ha comandato ed effettuato con la complicità di digos e polizia a Torino e in molte altre città italiane a danno del Movimento No Tav e di tutte quelle persone che hanno partecipato e solidarizzato con la lotta della popolazione valsusina. Tra le persone fermate a Torino anche una compagna al settimo mese di gravidanza. La speranza di tutte/i è che non venga convalidato il suo arresto e che non venga tradotta in carcere.

Il fatto di aver colpito tante persone che non abitano in Valsusa dovrebbe dimostrare, secondo la procura di Torino, che non si tratta di provvedimenti contro la Valle e la sua protesta, ma di misure che coinvolgerebbero quei famigerati cattivi, “genti che vengono da fuori” e che non perdono occasione per mettere in campo violenze di ogni sorta.

Sappiamo bene quanto sia mistificatoria questa interpretazione dei fatti. Lo sa la Val di Susa, che ha sempre rivendicato ogni gesto, ogni iniziativa, ogni scelta compiuta negli ultimi mesi, resistendo unita e determinata contro la violenza della repressione poliziesca.

Ci avevano già provato dopo il 3 luglio, i giornali, i magistrati, a dividere il movimento, a parlare di buoni e cattivi, di pacifici e violenti. La popolazione valsusina aveva rispedito al mittente quelle infamanti insinuazioni e aveva gridato a gran voce di non aver paura, di saper scegliere in autonomia, di voler rivendicare la marcia pacifica di Chiomonte come l’assedio alle recinzioni della Ramats.

Anche questa volta è già evidente come la risposta sarà la stessa. Un movimento unito e compatto, solidale con tutte/i le/gli arrestate/i, che siano di Torino, di Genova, di Milano…che siano autonomi, anarchici o consiglieri comunali…Perchè sono tutte persone che sostengono la lotta No Tav, hanno messo in gioco le loro vite, hanno rischiato generosamente perchè avevano a cuore il destino della Valle e non solo.

Per quanto ci riguarda, non possiamo fare altro che esprimere la nostra solidarietà indiscriminata a tutte e tutti e naturalmente continuare a esserci, a dare il nostro piccolo contributo alla lotta No Tav.

Oggi pomeriggio e in serata sono previste tantissime iniziative di solidarietà in tutta Italia. A Torino l’appuntamento è alle ore 17 in Piazza Castello. A Bussoleno ci sarà invece una fiaccolata che partirà dalla piazza della stazione intorno alle ore 20.30.

Per tutte le informazioni e gli aggiornamenti rimandiamo ai siti di riferimento come infoaut.org, notav.info e naturalmente a Radio Blackout.

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Dal Comitato Donne Terre-Mutate de L’Aquila

Riceviamo dalle amiche del Comitato Donne Terre-Mutate per la Casa delle Donne a L’Aquila e volentieri condividiamo chiedendovi di sostenerle nella diffusione del loro messaggio.

Care amiche,
vi inviamo un appello contro l’ordinanza “scellerata” che assegna alle diocesi abruzzesi fondi destinati ai Centri Antiviolenza.
Negli allegati trovate anche un testo che potete copiare e incollare su un fax (0862308657) o su una email (segreteria@commissariperlaricostruzione.it), indirizzati al Commissario. Qui sotto ve lo replichiamo per comodità. Nella certezza che farete camminare il nostro appello, vi ringraziamo.

Il Comitato Donne Terre-Mutate per la Casa delle Donne a L’Aquila

www.laquiladonne.com

“Egregio Commissario delegato per la Ricostruzione – Presidente della Regione AbruzzoGianni Chiodi sono a conoscenza dell’ordinanza del PCM n.3978 dell’8 novembre 2011. Questa ordinanza, all’art.10 commi 1 e 2, comporta una gravissima violazione dei diritti di tutela
delle donne rispetto alla violenza di genere e del diritto di accedere a percorsi di uscita dalla stessa.
Ritengo che non possano essere in alcun caso le Diocesi i soggetti qualificati e specializzati nelle attività di contrasto alla violenza maschile compiuta sulle donne e di sostegno alle stesse.

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Comunicato dell’Assemblea permanente delle donne contro la pdl Tarzia

LA VITA SIAMO NOI
Vogliamo ringraziare di nuovo tutte le donne che sabato 21 gennaio 2012 hanno partecipato a Roma all’incontro nazionale “LA VITA SIAMO NOI”.
Eravamo in tante a rappresentare sia le pratiche di lotta costante in tutti i territori sia tutte le generazioni di donne che si sentono coinvolte perché minacciate in vari modi nella loro autodeterminazione dall’attacco ai consultori, alla legge 194, al diritto alla salute, al
lavoro, alla cittadinanza, al welfare.
Le testimonianze dalle Regioni, e dalle varie città delle stesse Regioni, sono state fondamentali per capire cosa sta succedendo,  a che punto stiamo nella spoliazione continua e costante di ciò che garantisce la nostra libertà e dignità;  ci è stato poi utilissimo lo sguardo sulla ricerca autofinanziata delle sociologhe, che sarà presentata ufficialmente a giorni, che ci conferma il fatto che la realtà  sociale e culturale dell’Italia sui temi della salute riproduttiva, sulla contraccezione, sull’aborto (e sul valore della famiglia)  è completamente diversa da quanto propagandano e cercano di imporre i vari consigli regionali (partendo dall’ignobile progetto nasko Lombardia  per arrivare all’altrettanto ignobile cimitero dei feti a Roma).

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Contributo per un’indagine su un corpo al di sopra di ogni sospetto: in tutte noi c’è una plebea (per fortuna!)

Non c’è assolutamente realtà sociologica nella plebe. Ma c’è comunque sempre qualcosa, nel corpo sociale, nelle classi, nei gruppi negli individui stessi che sfugge alle relazioni di potere; qualcosa che non è affatto la materia prima, più o meno docile o resistente, ma il movimento centrifugo, l’energia di segno opposto, l’elemento sfuggente. Non esiste “la plebe”, c’è “della plebe”….nei corpi e nelle anime, negli individui, nel proletariato e nella borghesia, ma con un’estensione, delle forme, delle irriducibilità differenti (…) è ciò che risponde ad ogni avanzata del potere attraverso un movimento per svincolarsene.

Michel Foucault, ” Poteri e strategie”, Les Revoltes Logiques, n°4, 1977

Nel suo corrosivo contributo sul corpo, Elisabetta Teghil mette in luce in modo del tutto condivisibile lo scacco del femminismo “social-democratico”, la sua trasformazione  distorta e colposa della “politica dell’esperienza” in  mera realizzazione personale nella Grande Gara Globale in cui il capitalismo, con inarrestabile accelerazione soprattutto negli ultimi trent’anni, trasforma l’esistenza. Nel contesto di quel che un tempo si sarebbe chiamata “sussunzione reale” della vita al Capitale, anche le declinazioni ibridanti dei generi – transessualità, transgender, queer- sono piegate a conferma e “puntello”, secondo l’espressione  di Teghil, dello stato delle cose. Lo dimostrano, non me ne voglia nessuno, le omologhe voci social/liberal democratiche all’interno del GLBTQ: rivendicazioni democratiche di una normalità (eterosessuale) che sacrificano alla parità dei diritti e ad una soluzione emancipatoria della subalternità le potenzialità creative, alternative e implicitamente sovversive dell’essere minoranza. Un’interpretazione algebrica dell’eguaglianza…”vogliamo avere il diritto di sposarci, fare e adottare figli come gli eterosessuali”…Del rischio di un’integrazione nello stato – nel duplice senso, avrebbe detto P.P. Pasolini, di stato civile e stato delle cose – dei movimenti di liberazione  omosessuali ma anche femministi, sebbene secondo linee differenti, si era già accorto Michel Foucault. Pensando in particolare ai primi, vedeva con preoccupazione quella che già all’inizio degli anni ’80 appariva come una cristallizzazione dell’omosessualità nella figura stereotipata della trasgressione, in quanto tale fissa, predeterminata e prevedibile e che gioco forza finiva con il confermare e rafforzare la normalità performativa del coito e della coppia eterosessuali. E’ ciò  che affermava in una fondamentale intervista dal titolo L’amitié comme mode de vie:

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Contributo per l’assemblea nazionale di Roma “La vita siamo noi”

dal Collettivo MeDeA di Torino

Dal 15 ottobre del 2010, data di presentazione al Consiglio Regionale del Piemonte del “Protocollo per il miglioramento del percorso assistenziale per la donna che richiede l’interruzione volontaria di gravidanza”, atto amministrativo meglio noto come Delibera Ferrero, dal nome della sua promotrice, Caterina Ferrero, ex assessore alla Sanità della Giunta di Roberto Cota, attualmente sotto processo per reati connessi ad irregolarità negli appalti legati alla fornitura di prodotti sanitari, ebbene, da quella data l’attività del collettivo Medea, mai attenuata la riflessione e l’attenzione rispetto al tema della salute delle donne e del necessario collegamento tra il nostro corpo e i servizi sociali e sanitari (che il disegno fosse ampio era del resto stato esplicitato dallo stesso Cota in campagna elettorale con la presentazione del suo programma denominato Patto per Vita e per la Famiglia, in cui si affrontava sì la questione dell’aborto, ma anche scuola, lavoro omosessualità, salute) si è fatta indubbiamente più densa: la necessità di informare capillarmente sul territorio di quanto stava avvenendo a livello legislativo, la voglia di creare le condizioni affinché fossero tante le donne a opporsi al gravissimo attacco al principio di autodeterminazione di sé che la Delibera conteneva, l’esigenza di riportare al centro delle riflessioni e delle pratiche politiche femministe, e non solo, il corpo evitando di farsi mettere in scacco dalle vicende del signor B., il bisogno di ritessere relazioni tra donne che si erano forse un po’ sfilacciate e atomizzate…tutto questo ci ha portate letteralmente in giro per il Piemonte: provincia per provincia abbiamo organizzato assemblee, abbiamo parlato con le donne, le più varie per età e percorsi politici, abbiamo discusso e organizzato azioni di controinformazione sulla Delibera Ferrero, ci siamo confrontante e abbiamo condiviso dubbi, criticità e anche perplessità rispetto all’urgenza di difendere una legge, la 194, e dei luoghi, i consultori, temi sui quali sentiamo di  non avere affatto verità nette.

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