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La stagione della vanga

Il testo è tratto da Viviane Forrester, Una strana dittatura, Ponte alle Grazie, 2000.
Il titolo è nostro, e rimanda alle vicende di questi giorni, all’arrangiatevi! Non detto mai esplicitamente e che evidentemente non si riferisce solo alla neve…
… che farne della famosa vanga, dunque?!

Adattarsi! Ingiunzione generale! Adattarsi, tutti, ancora e sempre. Al fatto compiuto, alle fatalità economiche, alle conseguenze di tali fatalità, come se la congiuntura fosse di per sé fatidica, la Storia conclusa, ogni cambiamento impossibile.
Adattarsi all’economia di mercato, sottinteso: all’economia speculativa.
Adattarsi agli effetti della disoccupazione, cioè al suo sfruttamento spudorato.
Adattarsi alla globalizzazione, cioè alla politica ultraliberista che ne ha la gestione.
Adattarsi alla competitività, cioè al sacrificio di tutti per ottenere la vittoria di uno sfruttatore su un altro sfruttatore, partecipi entrambi allo stesso gioco.
Adattarsi alla lotta contro i deficit pubblici, cioè alla distruzione metodica delle infrastrutture essenziali e alla soppressione programmata delle protezioni sociali e delle conquiste sociali.

Adattarsi alle deregulation economiche, che sottolineano una rivoluzione reazionaria e regressiva, e che si possono addirittura definire insurrezionali, ma che si sono affermate senza fatica, venendo ufficialmente ammesse e persino incoraggiate, mentre annullano ogni legge che limiti l’arbitrio speculativo, mentre violano impunemente leggi che garantiscono un qualche freno all’ingiustizia e senza le quali trionfa la tirannia.
Adattarsi al cinismo dei comportamenti mafiosi autorizzati, divenuti purtroppo più che familiari: tradizionali.
Adattarsi così alle delocalizzazioni, alle fughe di capitali, ai paradisi fiscali, alle fusioni divoratrici, alle speculazioni criminali, accettati come fossero cose da  nulla, come rispondenti a leggi naturali contro cui sarebbe futile insorgere.
Adattarsi, inutile dirlo, all’arroganza delle incompetenze, alle sue sovranità di diritto divino.
Adattarsi…ma molte pagine non basterebbero a completare questo elenco.

Adattarsi, in realtà, al clima di sorda coercizione in cui si può lottare solo partendo dalla rinuncia all’oggetto della lotta, a ciò che ne costituiva l’origine e che, per un gioco di prestigio, sembra invece ammesso come se fosse diventato lo scopo generale, il postulato fondamentale inespresso ma implicitamente desiderabile e legittimo – considerato, in ogni caso, in aggirabile.
Quindi, non resta altro che accettare le risposte date e ripetute da coloro che rifiutano di prendere in considerazione le domande.

Il profitto. Che ne è il nerbo, che è al centro di ogni accusa al sistema attuale, viene passato sotto silenzio, dimenticato, mai tirato in ballo, al punto che nemmeno ci si accorge di non parlarne mai.
Impossibile quindi metterlo sotto processo, come sarebbe invece essenziale.
Del profitto si può dire che non è soltanto occultato, ma escluso dal campo della coscienza. Si può dire anche che, come La lettera rubata di Edgar Allan Poe, è senza dubbio troppo esposto alla vista perché ci si accorga della sua presenza, e diventa tanto più atto a scatenarsi, a rimanere inscrutabile, inconsciamente ammesso e cinicamente accettato dalla situazione.
Il profitto è il principio stesso a partire dal quale, attorno al quale e a beneficio del quale opera tutto il sistema, senza che ne sia mai fatta menzione a fortiori, senza che sia mai messo in discussione.
Bisogna solo adattarsi. Bisogna solo accettare il regime planetario interamente strutturato attorno a questo profitto ufficiosamente riconosciuto come lecito, prioritario, detentore di tutti i diritti e regista, a monte, di tutta la scena mondiale.
Bisogna adattarsi.
A profitto del profitto.

Posted in anticapitalismo, controllo, crisi/debito, pensatoio, precarietà, recensioni, resistenze.


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