Skip to content


La rivolta in Libia mette a lato le donne che l’hanno guidata

Vi proponiamo la traduzione che abbiamo fatto di questo articolo di Kareem Fahim pubblicato sull’edizione on line del New York Times del 19 maggio scorso. Buona lettura…

Negli ultimi giorni, dopo settimane di rinvii e riunioni a porte chiuse, i leaders dei ribelli hanno annunciato una lista di nuove nomine, che include un capo della Difesa e un Ministero per la ricostruzione e le infrastrutture. Hanno inoltre aggiunto membri al Consiglio Nazionale, per rappresentare zone del Sud, dell’Ovest e del centro della Libia, tutto nello sforzo di sostenere la rivoluzione, per meglio rappresentare il paese nella sua interezza e, nell’eventualità che il Colonnello Gheddafi fugga, rendere improbabile una guerra civile, come hanno spiegato i leaders ribelli.

Ma un gruppo si è perso nel rimpasto: le donne.

Mentre il giovane e inesperto governo ribelle si è più che raddoppiato quanto a dimensione, le donne ora occupano giusto due sulle quaranta circa posizioni di comando.

Ci si aspettava che fosse nominata una donna come ministro dell’Educazione, ma dopo che numerose candidate sono state cassate o hanno rifiutato l’incarico, si attende ora che sia un uomo a controllare il ministero.

Per un movimento rivoluzionario che è stato iniziato dalle donne, le mogli o le parenti degli uomini ammazzati in una delle prigioni del Colonnello Gheddafi, la loro esclusione dai più alti livelli rischia di allontanarne a lungo le attiviste democratiche e aggiunge preoccupazione circa il modo di prender decisioni di questo movimento che ha tre mesi di vita e che sembra, al momento, svilupparsi in maniera imperscrutabile.

“Noi abbiamo un problema, ora” ha detto Hana el-Gallal, un’importante avvocato che si occupa di diritti civili, che si vociferava fosse una delle candidate per la posizione di ministro dell’Educazione. “Nel vecchio regime non avevamo alcuna voce nel campo della politica e dell’economia. Ora, in questi due settori, non abbiamo alcuna presenza”.

Enas Eldrasy, una radio terapista di 23 anni, ha di recente lasciato il suo incarico di collaborazione con il Consiglio Nazionale, in parte perché ha affermato di esser stata relegata ad attività che la tenessero occupata. “ Quando la rivoluzione è iniziata, le donne avevano un grande ruolo”, ha commentato, “ora si è dissolto, è scomparso. Io non so perché”.

Salwa Bugaighis, una avvocata che ha ricoperto sin dall’inizio un ruolo preminente durante la rivoluzione, ha detto: “ Noi vogliamo di più. Io penso sia importante essere nei luoghi in cui vengono prese le decisioni”

Altre donne affermano di non essere preoccupate circa l’assenza delle donne dai ruoli di potere,  dichiarando che le strutture governative sono temporanee e riflettono la fretta di tenere le aree ribelli e impedire che precipitino nel caos.

“Io non sono proprio preoccupata”, ha detto Molly Tarhuni, un’analista indipendente di Bengasi che sta studiando il movimento ribelle. “Questo  è solo temporaneo ed è un momento di transizione, non credo sia corretto affermare che si tratta in scala minore di un esempio di quanto avverrà in futuro. Io credo che le donne stiano per giocare un ruolo enorme”.

Amina Megheirbi, che dirige un gruppo che si chiama Tawasul e che provvede alla formazione,  e ad altri servizi, che interessano i giovani e le donne, ha dichiarato: “ noi vogliamo gente che sia qualificata. La rivoluzione è stata guidata dalle donne, sono sicura che avremo un ruolo importante”.

Le donne libiche già fronteggiano pericoli crescenti. Funzionari di salute pubblica denunciano di aver ricevuto prova che decine di donne sono state violentate dai soldati delle forze del Colonnello Gheddafi, e di conseguenza numerose organizzazioni stanno predisponendo squadre di sostegno alle vittime delle violenze, ma lo sforzo è frammentario e senza una guida centrale.

Un dottore ha aggiunto che la guerra ha anche portato ad un aumento di casi di violenza domestica. Alcune donne hanno peraltro ammesso di temere che i progressi che hanno fatto negli ultimi decenni potrebbero essere vanificate.

Nonostante la violenta soppressione di ogni forma di dissenso politico da parte del regime del Colonnello Gheddafi, infatti, le donne hanno fatto passi avanti sotto il suo governo, entrando in gran numero nelle scuole secondarie e nelle università.

Molte sono diventate dottori, avvocati e giudici e numerose donne avevano raggiunto superiori  posizioni di governo. Le loro preoccupazioni sono sfociate in accorate richieste ad avere una voce più rilevante.

Alla conferenza di Bengasi svoltasi questa settimane, in cui le relatrici hanno discusso del ruolo delle donne nella rivoluzione, molte hanno ricordato l’esempio di Eman al-Obeidy, che irruppe in un albergo pieno di giornalisti A Tripoli il 26 Marzo per raccontare la sua storia, era stata violentata dai miliziani di Gheddafi.

“Noi non staremo in silenzio”, ha detto una voce.

Ma molti dei discorsi alla conferenza si sono orientati intorno alle più pressanti questioni della guerra contro il Colonnello Gheddafi e sulla necessità di supportare la lotta degli uomini sulle linee del fronte.

Per le madri, vi era un avviso chiaro: non produrre un altro dittatore.

Una delle relatrici, Muna Sahli, professoressa universitaria, ha annunciato che la conferenza, che era rivolta alle donne che erano rimaste relegate al ruolo di casalinghe, aveva lo scopo di gettare le basi della democrazia in una società che era stata chiusa e controllata per decenni dal governo.

“Noi stiamo preparando le donne, ad accettare quello che è diverso, a crescere i figli, a capire il loro ruolo in una società democratica” ha aggiunto “molte donne sono ancora a casa. Il lavoro politico non si limita a ricoprire una posizione nel paese”.

E lei ed altre hanno detto che, nonostante il passo indietro, le donne, includendo ginecologhe, economiste e giudici, stanno ancora guidando la rivoluzione. “Vi è come una propensione a spingere in avanti, da parte di una sorta di risacca di attiviste donne che fanno in modo che le cose siano fatte: la maggior parte delle iniziative ancora attive sono state compiute da donne”, ha dichiarato Ms. Tarhuni.

Alcune hanno biasimato gli aspetti di realtà di una guerra in una società conservatrice, a causa della mancanza di leaders femminili.

Fawzia Bariun, professoressa di Arabo all’Università del Michigan che ha rifiutato il posto al Ministero dell’Educazione perché non poteva lasciare il proprio lavoro e la famiglia negli Stati Uniti, ha affermato che lei e altre  hanno chiesto a Mustapha Abdul Jalil, il capo del Consiglio Nazionale, come mai le donne non fossero meglio rappresentate.

È stato detto loro che gli uomini delle zone più piccole e conservatrici della nazione erano contrari a mandare delle donne a Bengasi al posto loro.

“Da una parte, io guardo a questo come a qualcosa che ha a che fare con la realtà, dall’altra parte io vedo che le donne dovranno pretendere maggiore rappresentatività” ha detto la professoressa Barium.

Poiché il Consiglio Nazionale continua ad aggiunge nuovi membri permanenti, molte persone hanno asserito che più donne dovrebbero farne pare. E ancora, il processo di selezione dei rappresentati continua a non essere intellegibile dal parte del popolo. Le riunioni giornaliere del Consiglio sono private e non vi è alcuna relazione pubblica del procedere dei lavori.

La signora Gallal, l’avvocata dei diritti umani, che ha reso noto di star pianificando l’avvio di un gruppo sui diritti delle donne, ha detto di non aver idea di come le decisioni circa le cariche esecutive vengano prese. Le donne, ha aggiunto, dovranno farsi largo e conquistarsi posizioni da sole.

“E’ tempo per noi di essere rap/presentate più equamente” ha detto. “Chi lascia un vuoto paga poi un prezzo”.

Posted in pensatoio, recensioni, resistenze, storie di donne.


No Responses (yet)

Stay in touch with the conversation, subscribe to the RSS feed for comments on this post.



Some HTML is OK

or, reply to this post via trackback.