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Dalla rubrica “Storie di donne”: la vita di Bartolina Sisa

Nasce il 24 di Agosto, giorno di San Bartolomeo. L’anno esatto della sua nascita non si conosce, però si suppone abbia avuto tra i 20 ed i 25 anni durante el cerco – l’accerchiamento – di La Paz, nel 1780. El cerco è una tattica militare che si presta particolarmente alla morfologia del territorio della città della Paz: quest’ultima, infatti, è situata su una conca, a 3600 m di altitudine, ed è completamente circondata dalle impervie Ande. Per questo motivo è possibile isolare la città scendendo dalle montagne: la storia delle resistenze indigene in Bolivia ha visto ricorrere vari cercos de La Paz. Il più recente risale alla guerra del gas, nel 2003, quando gli abitanti di El Alto, città appendice di La Paz,  hanno bloccato i rifornimenti alla capitale. Il presidente ha utilizzato l’esercito per reprimere le proteste. Il bilancio è stato tragico: 56 morti tra gli insorti. La sollevazione si scagliava contro la privatizzazione del gas, ed è terminata con la fuga del presidente Sanchez De Lozada a Miami e la nazionalizzazione successiva delle risorse energetiche con Evo Morales.

Ma, tornando a Bartolina Sisa, l’ àillu – il villaggio – che le dà i natali è Coire, paese di Caracato, vicino Sica Sica, nella zona andina della Bolivia. E’ lavandaia e tessitrice. Julian Apaza, che successivamente diventerà Tupac Katari, si sposa con Bartolina dopo la morte della sua prima moglie. Lui è un commerciante di coca e per lavoro viaggia in continuazione; questo gli facilita l’organizzazione della rivolta india nell’altopiano.

Prima del 1780 vari casiche – autorità comunitarie – tra cui anche il più noto Tupac Amaru, hanno portato avanti petizioni scritte in cui richiedevano al viceregno di Spagna (che governava quelle terre dal 1543, con il trattato di Tordesillas ; quest’ultimo stabiliva i confini del distretto coloniale del virreinato del Perù) ma anche alla stessa corona spagnola, il miglioramento delle condizioni degli indios. Questi aymara e quechua -due gruppi etnici di appartenenza incaica- chiedevano l’abolizione della mita ; la riduzione delle tasse coloniali e che venisse abolito il reparto, che consisteva nell’imposizione agli indios dell’acquisto di merce spagnola nonostante essi non ne avessero affatto bisogno. La mita, invece, ancora prima della conquista, era una forma di tributo al governo inca, sotto forma di lavoro, praticamente una corvée. Questo servizio pubblico veniva utilizzato nei progetti comunitari, come la costruzione della  rete stradale; il significato principale del termine mit’a può essere turno o stagione. A causa della ricchezza dell’impero, solitamente ad un famiglia bastavano 65 giorni l’anno per coltivare; il resto del tempo veniva dedicato alla mita. I conquistadores spagnoli utilizzarono lo stesso sistema per recuperare la forza lavoro di cui avevano bisogno nelle miniere d’argento, base dell’economia durante il periodo coloniale e fonte dell’accumulazione primaria del capitalismo. Altra istituzione particolarmente odiata dagli indios, per quanto mai esplicitamente formalizzata, è il diritto di pernada, che era imposto nello specifico alle donne indie. Questo, infatti, corrisponde allo ius primae noctis dell’Europa medievale: il signorotto del posto (in contesto coloniale i proprietari terrieri, i nobili spagnoli, ma anche i preti) si riservava il diritto di disporre sessualmente di qualunque donna, ragazza o bambina considerata sotto la sua autorità perché sposata con un suo suddito, sottoposto o schiavo. In senso ampio il termine indica l’abuso di potere legato alle pratiche di schiavitù sessuale.

In risposta a tutto ciò si sono susseguite una serie di rivolte nella zona andina che hanno coinvolto sia quello che attualmente è l’alto Perù (la zona di Cuzco, non troppo distante dal confine con la Bolivia, segnato dal lago Titicaca) che il fronte dell’attuale Bolivia (intorno alla città di La Paz).

La sollevazione generale degli indios, come la chiamano gli stessi spagnoli, non è nient’altro che la risposta a tre secoli di dominazione e saccheggio.

Dall’Agosto del 1780 fino al Febbraio del 1781 sul fronte boliviano I fratelli Katari (Tupac Catari ha una sorella, Gregoria Apaza, anche lei una guerriera, di cui si parlerà in maniera approfondita nel prossimo di questi approfondimenti radiofonici), hanno iniziato una grande sollevazione in Chaianta, regione di Potosì. Nel Novembre del 1780 Tupac Amaru conduce la rivolta nella regione di Cuzco fino al 18 di Maggio 1781, giorno della sua morte. Tupac Katari guida la rivolta aymara a Sica Sica, sollevando villaggi come Ayo Ayo, Zapachi, Caracato e la zona delle Yungas.

Quando si rendono conto che l’insurrezione dilaga in tutto l’altopiano, l’esercito spagnolo al comando di Sebastian Segurola e gli abitanti di La Paz costruiscono una muraglia intorno alla città, all’epoca di circa 30 mila abitanti, allo scopo di proteggerla. Quando inizia il primo accerchiamento della città di La Paz, il 13 marzo 1781, la muraglia è già terminata e si sono organizzate delle milizie per contenere la ribellione aymàra.

Bartolina Sisa e Tupac Katari si installano in un accampamento un po’ distante dalla muraglia, nei pressi di quello che attualmente è El Alto. Si fanno chiamare, provocatoriamente, vicerè e viceregina. Della loro corte fa parte anche Gregoria Apaza.

Il primo accerchiamento della Paz è ottenuto solo dopo una lunga battaglia corpo a corpo con più di mille morti e feriti. I ribelli aymara assaltano tutti i giorni con pietre e lance le postazioni spagnole intorno alla città; saccheggiano le haciendas, rompono le tubature ed impediscono che alimenti e bevande entrino nella città. Di notte cantano e ballano, lanciando urla che terrorizzano il sonno degli spagnoli. Bartolina Sisa prepara la gente; addestra i soldati; controlla l’approvvigionamento dei viveri; si sposta sulla sua mula adornata d’argento tra gli insediamenti dell’altopiano per distribuire i lasciapassare che rendono possibile la mobilità nelle zone controllate dai ribelli. Quando Tupac Katari si assenta è lei a condurre el cerco e lo fa in maniera talmente efficiente che nessuno sembra sentire la mancanza del suo sposo. Dal punto di vista degli spagnoli è inconcepibile il fatto che sia una donna alla guida delle truppe aymara. A partire dall’Aprile 1781 la mancanza di cibo mette in ginocchio la città. A Maggio la gente inizia ad alimentarsi con carne di muli, cani, gatti e persino topi. A migliaia muoiono per infezioni. A tutto ciò si somma l’uso, da parte dei guerrieri aymara, di cannoni che lanciano pietre sulla città. Le milizie di Segurola riescono a stento ad impedire l’ingresso dei guerrieri indios nel cuore della città. Nel Maggio 1781 Bartolina Sisa riceve una lettera di Tupac Katari che le chiede appoggio per contrastare l’avanzata dell’esercito spagnolo. Bartolina, immediatamente, raggruppa ed invia mille uomini e si trasferisce all’accampamento di Pampakasi portando con i muli tutti gli oggetti preziosi, di oro e di argento, accumulati grazie ai saccheggi a chiese e haciendas. Poi, una volta messo in salvo il tesoro, raggiunge suo marito a El Alto per appoggiarlo nella battaglia. Il 30 di Giugno del 1781 arriva in città l’esercito ausiliario al comando di Ignazio Flores, sbaraglia le truppe aymara e rompe il primo accerchiamento che è durato 109 giorni; infine entra in città portando viveri per gli abitanti. Il 2 di Luglio, nella zona di Altolima, gli spagnoli catturano Bartolina grazie al tradimento di alcuni indios che li conducono al suo rifugio. Per più di un anno vive in una cella fredda, buia ed umida. Altri prigionieri non riescono a sopportare le stesse condizioni di deprivazione e muoiono prima di vedere l’emissione della sentenza che li riguarda. Bartolina parla soltanto aymara, è interrogata tramite un interprete. Quando le chiedono se conosce le ragioni della sua prigionia, lei rispondi di sì: perchè ha addestrato i soldati che sono sotto gli ordini di suo marito; perché ha presidiato e condotto l’accerchiamento quando lui non c’era e perché ha capitanato varie battaglie.

Dopo la rottura del primo accerchiamento, Tupac Katari si ritira sulle montagne. Sua sorella Gregoria Apaza, insieme al marito Tupac Amaru, assediano la città di Sorata. Allo scopo di distruggerne le difese, costruiscono una diga per raccogliere l’acqua dei monti innevati ed inondare la città. Il 5 di Agosto del 1781 fanno partire l’inondazione e 15 mila quechua ed aymara prendono Sorata. Nel frattempo Tupac Katari riorganizza el cerco intorno a La Paz e approfitta dell’assenza di Ignazio Flores, che è andato a chiedere rinforzi all’esercito spagnolo. All’inizio di Agosto del 1781 parte il secondo accerchiamento di La Paz. Il 24 di Agosto, giorno del compleanno di Bartolina, Tupac Katari decide di renderle omaggio: gli aymara danzano e marciano in processione verso la muraglia. Vari combattenti sparano in aria per salutare la prigioniera. Il 27 di Agosto Miguel Bastidas, Andres Tupacamaru e altri comandanti di Cuzco arrivano a La Paz. I Cuschegni assumono la conduzione del cerco, depongono Tupac Katari e declassano il suo titolo da “vicerè” a “governatore”. I leader quechua di Cuzco prendono la chiesa di San Franzisco e costruiscono una diga per riproporre la tattica usata a Sorata. Il 12 di Ottobre fanno partire l’inondazione, distruggendo i ponti di San Sebastian, la Recojida e San Francisco ma non riescono ad abbattere la muraglia che protegge il cuore della città. Dopo l’inondazione gli abitanti di La Paz si ritrovano in una condizione di calamità: è il momento più drammatico dei due accerchiamenti. Più volte Tupac Katari cerca di liberare Bartolina Sisa e minaccia di continuare la guerra in maniera ancora più dura se ciò non avviene. Sebastian Segurola organizza una trappola ai danni di Tupac Katari utilizzando sua moglie: il 5 Ottobre del 1781 apre la sua cella e la lascia uscire senza manette, pulita e ben vestita aspettando che il guerriero si avvicini. Il leader aymara non cade nella trappola e si mantiene ad una certa distanza, mandando a Bartolina, attraverso alcuni suoi emissari, soldi, pane, mais tostato, carne e foglie di coca. Questo sarà l’ultimo incontro fra i due.

Nel momento di maggiore tensione il comandante cuzquegno Miguel Bastidas, che ha assunto il comando del cerco, si accorda al perdono del vicerè di Lima ed abbandona la lotta. Ciò comporta la demoralizzazione nelle truppe quechua e la confusione nelle truppe aymara. L’esercito spagnolo, capitanato da Josè Reseguìn, che avanza dal sud, soffoca a sangue e fuoco la ribellione. Il 17 Ottobre 1781, dopo quasi 80 giorni, le truppe reali rompono il secondo cerco ed entrano a La Paz accompagnati da rintocchi di campana. La sconfitta delle truppe di Tupac Katari accellera le trattative tra Bastidas e Reseguì. Bastidas firma la pace di Patamanta dichiarando obbedienza e supplicando perdono al re di Spagna. Le truppe Quechua rimaste consegnano le armi mentre gli spagnoli inseguono gli aymara tupakataristi. Tupac Katari non accetta la resa. Uno dei suoi più fidati luogotenenti, Inga Liper Mayor, lo tradisce e il 9 Novembre 1781 lo imprigionano nella località di Aciacaci. Una settimana dopo lo tirano fuori dalla prigione legato alla coda di un cavallo; lo portano nella piazza centrale del paese e, legando i suoi arti a quattro cavalli, lo desquartizzano. La leggenda vuole che le sue ultime parole siano state: volverè y serè millones; oggi mi ammazzate, ma domani torneremo, e saremo milioni. Quelli che hanno firmato la pace vengono processati e uccisi col pretesto che non stanno rispettando gli accordi. Bartolina Sisa subisce un secondo processo: i suoi inquisitori cercano di spingerla alla delazione. Bartolina Sisa resiste eroicamente. L’unica che accusa è Maria Lupiza, l’amante di Tupac Katari. Afferma che ella detiene il tesoro ottenuto dal saccheggio di Pukarani. Maria Lupiza è liberata con l’argomentazione che è stata obbligata da Tupac Katari e non ha agito per sua propria volontà. Il dottor Diego De La Riva , avvocato difensore di indios, chiede che la pena di Bartolina Sisa sia alleggerita e che ella sia rinchiusa in un convento come inserviente. La corte, ed in particolare il giudice Diez De Medina, non accetta la sua richiesta ed emette la seguente sentenza:

Bartolina Sisa, moglie del feroce Julian Apaza o Tupac Katari, è condannata ad essere portata sulla piazza maggiore legata alla coda di un cavallo, con una corda al collo ed una corona di piume, affinchè sia condotta alla forca fino a quando non muore. E, dopo la sua morte, si inchiodino la sua testa e le sue mani alla gogna e si espongano nelle località di Cruz Pata, Alto San Pedro e Pampakasi e, dopo alcuni giorni, la sua testa sia portata ad Ayo Ayo e Zapachi, nella provincia Sica Sica, con l’ordine che venga bruciata e le ceneri siano sparse all’aria. Anche gli arti e la testa di Tupac Katari vengono esposti, come monito, nei vari luoghi della ribellione.

Bartolina Sisa non ebbe figli ma, senza dubbio, a più di 200 anni dalla sua morte, risulta avere migliaia e migliaia di figlie. Basti pensare a tutte le organizzazioni femminili e campesine che, in Bolivia ma non solo, prendono il suo nome, come la Federaciòn nacionàl de mujeres campesinas. Il 5 Settembre 1983 il Secondo Incontro delle Organizzazioni e dei Movimenti di America, riunitosi a Tiuanacu, in Colombia, ha istituito la giornata internazionale della donna indigena, in onore proprio a Bartolina Sisa. La sua storia è stata valorizzata ulteriormente con l’avvento di Evo Morales e, ormai, in Bolivia Bartolina è considerata eroina nazionale.

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