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Qualche riflessione al ritorno dalla due giorni valsusina

Qui di seguito potete leggere la traccia dell’intervento che abbiamo fatto durante l’assemblea organizzata dalle donne NoTav della Valsusa sabato scorso. Cogliamo l’occasione per ringraziare tutte, ma proprio tutte! le presenti…chi ha organizzato, chi ha partecipato, chi ha ascoltato, chi ha banchettato…e tutte le compagne venute da lontano…le nostre compagne di ReFe Milano e Genova, le compagne di Bologna, di Roma…speriamo che tutti i progetti di cui abbiamo parlato ai margini delle iniziative, che abbiamo immaginato nelle chiacchere fatte insieme, possano presto realizzarsi e vedere la luce…femminista naturalmente!

Grazie a tutte. Le compagne del Collettivo MeDeA.

L’intervento che leggerete è stato preceduto da una serie di incontri che si sono rivelati ricchissimi di spunti, accompagnati da grande energia negli scambi di idee e riflessioni che hanno accompagnato la preparazione della due giorni in Val di Susa.
Abbiamo provato a restituire quest’atmosfera, in modo che durante l’assemblea non ci fossero un “noi” e un “voi” separati, dividendo il contributo in due momenti: il primo, una riflessione più generale sul tema della violenza maschile contro le donne, il secondo, una sorta di auto – interrogarsi sul territorio della lotta No Tav per capire quanto si sia modificato nelle relazioni tra i generi attraverso la sperimentazione quotidiana della mobilitazione, se il fenomeno della violenza sulle donne sia entrato nella discussione collettiva, se vi siano delle contraddizioni tra il privato delle donne e il loro agire politico pubblico.
Sono domande importanti… ma sono domande che vanno poste, perché pensiamo che ogni movimento corra un po’ il rischio di dimenticare questi passaggi e nostro compito dovrebbe essere anche quello di ricordare quanto la partecipazione delle donne alle lotte sia anche lotta delle donne per se stesse.

***

… quando l’amore si trasforma in ossessione…
Questa è una delle frasi scandite più volte con ritmo martellante nello spot di presentazione del programma Amore Criminale, che forse alcune avranno avuto occasione di vedere, giunto ben alla sesta edizione e spostato in prima serata a furor di audience… ebbene, abbiamo scelto di aprire il nostro intervento citando un evento televisivo perché ci è sembrato, sin dal suo titolo addirittura, decisamente rivelatore del modo in cui il tema della violenza contro le donne viene affrontato non solo dai media ma diremmo in generale.
Lo schema è sempre il medesimo: uomini che sostengono una parte ben definita all’interno di una relazione a due passata,  presente o solo vagheggiata nelle loro menti – fidanzati amanti amici mariti compagni o ex – a un certo punto armano la propria mano, fino all’attimo precedente amorosa e passionale, e uccidono picchiano offendono quella che considerano la “loro” donna, prigioniera a sua volta di un ruolo ben  preciso, quello di vittima – sommersa e umiliata… sono gli aggettivi utilizzati nel trailer del programma – dell’uomo “sbagliato”.
Questa è la rappresentazione comune e corrente, non certo solo ad uso e consumo del pubblico televisivo e suggerisce senza mezzi termini che la violenza è semplicemente il tragico epilogo dell’amore, di una relazione, di un matrimonio, di un desiderio non soddisfatto, inoltre sembra avvertirci che l’apparente normalità del nucleo composto da uomo e donna cela ben nascosti al suo interno o la malattia o il raptus o la gelosia o la depressione o chissà cos’altro, dalla disoccupazione allo stress.
È evidente che il nostro discorso non può che essere diverso.
Non abbiamo né certezze né risposte, ma vogliamo provare a offrire qualche spunto che possa essere utile soprattutto nell’ottica di rompere stereotipi, riprendere la parola a modo nostro, provare a mettere in campo riflessioni che possano farsi pratica.
Un primo elemento: si noti come la violenza sia sempre e solo di due tipi,
o domestica, quindi legata alla sfera degli affetti e delle relazioni private, familiari, esclusive, per cui di due individui variamente legati da sentimenti ed emozioni, uno ad un certo punto impazzisce e umilia picchia uccide l’altro, in preda a raptus di gelosia o in balia di una passionalità sconvolta… ci sono volute più di cento donne ammazzate all’anno, anno dopo anno, per ammettere finalmente che raptus e passione non c’entrano niente con l’amore, che sono le donne ad essere uccise da mano maschile in quanto donne, lo chiamiamo femminicidio, e soprattutto in quanto donne che decidono di fare una scelta autonoma, di dire dei no proprio a partire da quella sfera affettiva che così tanto ci coinvolge e sulla quale noi tutte vogliamo avere il sacrosanto diritto di decidere in modo libero e indipendente;
o  individuale, vale a dire legata a comportamenti o a situazioni o a modalità di rapporto che vengono intesi come personali, soggettivi, proprio di un individuo che, non sfugga, in questo caso non è individuo moglie, fidanzata o ex ma semplicemente donna in quanto donna,  per cui come una donna si veste, dove va a divertirsi, con chi decide di flirtare, da chi accetta un passaggio, con chi esce da una discoteca o va a cena sono appunto situazioni che possono sfociare in violenza, di solito intesa come stupro.
Quindi, la violenza domestica ci riconosce vittime degne di compassione e pietà una volta morte, prima ci sono solo il deserto e l’isolamento, ma questo solo in virtù del nostro ruolo di compagna o ex compagna di un uomo che ha perso la ragione e ci ha ammazzate, la violenza sessuale invece indaga i nostri comportamenti e ribalta i ruoli, per cui la stuprata, magari abbandonata in un lago di sangue in mezzo alla neve o su un marciapiedi tra le macchine parcheggiate diventa la cattiva ragazza troppo disinvolta che accetta un rapporto oltre i limiti perché le piace: in entrambi i casi, nonostante le sfumature, ad essere sanzionata socialmente è la nostra capacità e possibilità di dire dei no.
Uscire dalla sfera privata e rompere il cerchio della relazione esclusiva, vivere autonomamente la  propria sessualità e i propri legami non è, semplicemente, accettabile e la violenza subita da una ha lo scopo sociale culturale e politico di ricordarlo a tutte.
Anche questo è esercizio di potere. Potere del possesso. Potere della proprietà. Potere del dominio.
Come non riconoscere un legame fortissimo tra schiavitù dei corpi e devastazione della terra?
Botte, omicidi o stupro.
Ebbene, se quasi il 32% delle donne italiane ha dichiarato di aver subito almeno una volta nel corso della vita una violenza, psicologica fisica sessuale o economica, allora il discorso deve necessariamente allargarsi a comprendere il sistema di relazioni, il modello economico, i ruoli sociali che ci vengono imposti, in particolare in quanto donne: la violenza si declina in forme diverse,  a volte sembra quasi di respirarla, come un’atmosfera…
Respiriamo la violenza dei media, per i quali siamo sempre, in qualche modo, un pochino consenzienti,
la violenza del lavoro, che per definire lo sfruttamento senza regole, senza diritti, senza tregua di tutte e di tutti noi ha coniato non a caso il termine “femminilizzazione del lavoro”,
la violenza dell’economia, che per sopravvivere ha bisogno di intrecciare sempre più capitale con patriarcato, in un’ottica di asservimento e impoverimento progressivi, che le donne conoscono e prima di tutti e più duramente,
la violenza della politica, che ormai pretende di definire qualsiasi aspetto delle nostre vite, passando sui corpi delle donne per giustificare repressione e razzismo,
la violenza delle istituzioni, quella della divisa, che in Valle si vive quotidianamente e sulla quale proprio nulla abbiamo da insegnarvi!, quella dei tribunali, quella della medicina, esercitate attraverso il monopolio esclusivo dell’uso della forza,  attraverso l’imposizione di una morale dei ruoli e dei modelli e attraverso l’appropriazione dei saperi legati al territorio, al corpo, al ciclo della vita e della morte,
la violenza della cultura egemone, che esprime se stessa attraverso l’ossessione della bellezza, della perfezione, del possesso di cose,
e infine, provocatoriamente, la violenza di certo femminismo, che ha costruito la propria sopravvivenza sulla presunta natura pacifica delle donne e intanto ha creato il cliché della donna per male, la velina bellina cretina facile contrapposta alla donna per bene, bruttina sobria tecnica e seria…!
Ma come si fa a definire la violenza solo presentandoci come vittime?
Come uscire da questo meccanismo che pare stritolarci?
Ci chiediamo e vi chiediamo cosa modifichi davvero la vita delle donne, di tutte noi, a partire dalle relazioni che ciascuna attraversa, fino al punto da rendere possibile trasformare la vittimizzazione in rabbia, rompere l’isolamento della singola per mettersi in gioco collettivamente, rifiutare le gerarchie di potere per sperimentare orizzontalità nel decidere, fino ad arrivare al punto che non parliamo più in negativo della violenza che subiamo ma  in positivo dell’ azione che concretizziamo.
Una buona risposta, una risposta che possiamo dare insieme è proprio qui, nella lotta della Val di Susa che è un ulteriore esempio di quanto profondamente si modifichino le relazioni, personali e di un’intera comunità, i ruoli e le prospettive generali nella loro complessità quando le donne partecipano intensamente alle lotte dei e per i territori.
Non è un passaggio indolore e storicamente sappiamo bene come, finita la mobilitazione, a volte il destino sia stato per noi quello di un obbligato ritorno a casa, ma è innegabile che le esperienze di lotta, che le donne ne siano o meno consapevoli, ci cambiano la vita propriamente in quanto donne, fino a ieri a ricoprire ruoli ben definiti e che ci parevano quasi immutabili, oggi attive e risolute nella lotta.
Un prima e un dopo: non è la divisa che occupa, siamo noi che lanciamo la pietra. non è il profitto che devasta, siamo noi che tagliamo le reti. non è il gas che avvelena l’aria, siamo noi che provochiamo un terremoto con i nostri riti da streghe… è una visione ribaltata e decisamente non vittimista!
Variamente coinvolte in questa avventura resistente contro la Tav, abbiamo, come sempre, più domande che certezze:
come è cambiata questa comunità, con la visibilità crescente delle donne di varie generazioni in prima fila? La rottura dei ruoli tradizionali uomo/donna, è stata sperimentata nella pratica dei rapporti nel movimento o invece è anche il frutto consapevole di un’ elaborazione politica e si dà come priorità negli atteggiamenti politici quotidiani del movimento stesso?
È ancora vero che siamo noi per prime che dobbiamo prenderci gli spazi pubblici e che quando questo accade alla nostra forza corrisponde un maggior equilibrio nelle relazione tra uomini e donne?
Siamo qui a interrogarvi e interrogarci, portandovi anche l’esperienza di ReFe, una rete di compagne, femministe, che è rete di relazioni, non esclusivamente un’identità, ed è tale perché sta trasformando, lungo il percorso, tutte noi: un’esperienza che è fatta di scambio collettivo, rifiuto della delega, saperi e competenze da ciascuna portati, orizzontalità delle decisioni, rovesciamento del punto di vista dato…
nelle discussioni che hanno preceduto e preparato questa giornata, ad un certo punto è stata fatta una riflessione che ci ha colpito e che ci sembra molto efficace in conclusione: esistono due livelli, che il potere vorrebbe tener rigorosamente separati, quello della donna da sola, che subisce la violenza, e quello della donna nella comunità che cambia, che si riappropria della violenza come rabbia e ne fa azione.
Anche questa è autodeterminazione di sé.

Posted in 25 novembre, anticapitalismo, antimilitarismi, autodeterminazione, corpi, femminicidi, femminismi, iniziative, no tav, pensatoio, personale/politico, ReFe, resistenze, sessismo, storie di donne, streghe e stregonerie, violenza di genere.


One Response

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  1. luisa says

    più le donne sono presenti, meno violenza c’è!lu



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