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La Valle ci dà forza, le donne danno forza alla Valle!

All’indomani dell’iniziativa “Violenza sulle donne e violenza sulla terra”, organizzata tra Bussoleno, Chianocco e Chiomonte dalle DonneInMovimento in occasione della Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne, iniziamo a pubblicare alcuni dei contributi presentati durante l’affollata assemblea di sabato 17 a Bussoleno. Siamo tornate dalla Valle di Susa stanche e felici, ma niente affatto confuse: il bilancio è positivo e a breve condivideremo sul blog anche le impressioni e i commenti di chi vi ha partecipato.

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COMUNITA’, LOTTA, RELAZIONI

Vi proponiamo una ulteriore riflessione di Medea, anch’essa scaturita dagli incontri preparativi alla due giorni in Val di Susa: siamo partite dal nostro coinvolgimento nelle mobilitazioni No Tav con l’obiettivo di provare a capire come la lotta modifichi le relazioni tra uomini e donne e le donne stesse, entro una comunità specifica e fortemente legata al proprio territorio.
Una comunità, solidamente legata a un territorio e viva su quel territorio e per quel territorio, innestata in uno spazio nel quale realmente e  quotidianamente la condivisione di lingua, tradizioni, storie e Storia, culture e saperi, modi di vivere e relazioni, costituisce  insieme e separatamente in tutti questi elementi sostanza e significato nonché riconoscimento reciproci tra quel territorio e quella comunità…ebbene quella comunità conferma se stessa, la propria esistenza e i propri talenti appunto in ognuno dei fattori sopra citati, tra i molti possibili, che riconosce come atti fondativi di un patto sociale che non ha bisogno di essere costantemente detto per rinnovarsi anno dopo anno, generazione dopo generazione ed evento, grande o piccolo che sia, dopo evento…ad ogni nuovo nato, ad ogni parola in dialetto utilizzata, ad ogni campo coltivato o fabbrica attiva o scuola viva essi si ridanno e formano “la” comunità stessa.

Nel farsi pratica, quel patto ha momenti che in qualche misura camminano da soli, cambiano e si plasmano senza necessità di grandi sottolineature perché in qualche modo inscritti nei cambiamenti e nelle pratiche che attraversano la società nella sua interezza e complessità: le relazioni tra uomini e donne, le relazioni tra padroni e lavoratori e lavoratrici, le relazioni tra potere e poteri, le relazioni tra territorio e città urbana.
Sono le relazioni che costituiscono l’espressione più vera e immediata e riconoscibile di come quella comunità ha voluto rappresentare se stessa, i propri riferimenti con il territorio, l’incontro, o scontro, tra le generazioni, i bisogni, le politiche e le culture, ma quelle relazioni sono comunque anche altro da sé, dal momento che necessariamente la comunità deve fare i conti con un altrove, che è a distante chilometri e simbolicamente allo stesso tempo, che detta regole, piega il territorio, impone immaginari altri: un altrove che chiamiamo stato, nazione, paese.
Questi connessioni che sono a un tempo legame e scontro, appartengono infatti ad uno spazio di contraddizione e compatibilità tra pubblico e privato, tra nazione e comunità territoriale, tra nucleo familiare e collettività che in qualche modo, nella logica necessariamente binaria che percorre i nostri tempi, alla fin fine tutto frantuma, segmenta, spezzetta, divide.
A cercarvi un dato comune, un filo rosso che si snoda e si segue, si potrebbero definire tutte relazioni di potere… di queste, proprio ragionando in termini di comunità territorio e relazioni, quella che vorremmo porre al centro è tra maschile e femminile, che riteniamo costituisca paradigma per eccellenza, nel suo essere sociale, economica e culturale al tempo stesso.
Ci chiediamo: una comunità pone in modo esplicito tra i suoi atti fondativi e costituenti la questione dei ruoli di genere, dei rapporti tra uomo e donna, della violenza, in particolare, in qualsiasi forma essa sia declinata?
Nella quotidianità di anni che attraversano la vita di un territorio determinato e specificamente determinabile, questi sono temi che si danno come formanti la comunità stessa?
Sono temi sui quali una comunità si interroga, riflette, discute?
O forse ruoli, relazioni e violenze di e tra i generi continuano a costituire passaggi di un discorso frammentato che può essere, per alcune e alcuni, solo privato – vale a dire confinato in quell’universo familiare la cui recinzione ha costituito il primo mattone per la costruzione dell’ordine patriarcale e capitalista nel senso del possesso, e, appunto, della proprietà privata di donne come mogli e figli come figli certi e quindi eredi – o esclusivamente sociale – come fenomeno da indagare per cifre e dati, indagine la cui importanza non si sottovaluta affatto, dal momento che proprio quelle cifre e quei dati hanno permesso di squarciare definitivamente il velo sulla realtà della violenza maschile contro le donne – oppure solo mediatico – la violenza contro le donne è diventata audience, la violenza contro le donne è usata dai media per violentare ancora le donne, sia insinuando comunque il dubbio che lei possa essere in qualche modo consenziente, sia riducendola all’immagine di sé ( basti pensare al fatto che le prime agenzie sul processo dell’Aquila sottolineavano l’abbigliamento di lei ) – o anche esclusivamente politico –  il portato delle riflessioni del movimento delle donne che ha permesso di nominare, “femminicidio”, l’omicidio di una donna in quanto donna, che ha dimostrato come il no, quindi il bisogno di autonomia, sia spesso la causa della morte di una donna, che ha detto che lo stupro va guardato dalla parte di chi  violenta, perché il lupo non abbatte la porta ma ha le chiavi di casa, che ha messo in luce come i ruoli tradizionalmente intesi siano funzionali al sistema capitalistico occidentale, che ha raccontato come questo sistema stia giocando una partita cruciale sul corpo delle donne – oppure pubblico, per cui la violenza diventa pretesto per repressioni e autoritarismi…
Ebbene, non sfugge che tutti questi segmenti, quasi con naturalezza, fanno riferimento alla violenza che le donne subiscono, di cui sono vittime, a volte rassegnate e silenti.
Vogliamo provare a ribaltare il discorso sulla violenza?
Vogliamo provare a capire come le relazioni tra i generi possono modificarsi, farsi altro, sperimentarsi in forme nuove, autonome e consapevoli, se e quando questo accade?
Cos’ è che riporta all’intero i frammenti?
Torniamo alla comunità da cui siamo partite, immaginiamo sia la comunità, variamente intesa nelle sue diverse sfaccettature e caratteri, della Val Susa ribelle, la Val di Susa che si oppone al Tav.
Dunque accade qualcosa, accade un evento violento, tale in quanto violenta la terra e chi la abita: un’opera faraonica, del tutto inutile, estranea, un treno come uno sfregio, folle e insensato.
Non è casuale che si tratti di una forma di aggressione che il profitto capitalista intende agire su una terra- madre il cui legame con i saperi e i poteri delle donne ha robuste radici, la cui estirpazione e appropriazione, (la vita e la morte sottratte alla cura delle donne e consegnate alla triade capitale sfruttamento scienza medica) ha fondato coi roghi delle streghe il moderno ordine economico, … non è casuale che si voglia imporre la logica privatistica del possesso, non di corpi femminili ma di un intero corpo sociale e ambientale, e che chi si rifiuta venga pesantemente soffocato, come la donna ribelle che dice no…
Ma è proprio la realizzazione della grande opera che rimette insieme i pezzi, e lo fa perché, paradossalmente, si dà anche come evento generativo, dato che ne nascono resistenze, lotte e mobilitazioni che l’intera comunità agisce per un tempo lungo venti anni, un tempo in cui riplasma se stessa, costruendo, se consapevolmente e felicemente è una domanda che poniamo!, relazioni diverse tra generazioni, tra uomini e donne, nelle famiglie, nelle scuole, nella politica e aprendo contraddizioni che, per quanto ci riguarda, hanno il merito di ribaltare soprattutto il discorso sulla violenza subita: le donne decidono di agire.
Lo sappiamo: nella difesa dei territori le donne, in ogni parte del mondo, sono sempre state in prima fila, con ogni mezzo e a prezzo di rivolgimenti culturali, pubblici e privati, non di poco conto.
A questo punto, si può dire che i nuovi ruoli, se nuovi sono davvero!, e le nuove relazioni tra maschile e femminile, costituiscono atto fondante imprescindibile di questa comunità cambiata e forgiata dalla mobilitazione?
È un fatto aperto, in divenire continuo, anche perché movimenti lotte e mobilitazioni non sono ambiti a sé o paradisi incontaminati dalle sollecitazioni cui tutte e tutti siamo soggetti, da parte di una società che non ha alcuna esitazione ad assegnare ruoli ben definiti, ad avocare a sé il monopolio della violenza e la gestione del potere.
Le donne sperimentano nella e con la pratica di lotta che hanno potere, che la violenza può essere agita, che dare la vita non vuol dire non saper usare la forza, mettere in campo la propria rabbia, attaccare e non solo sempre difendersi.
Che decidere tutte insieme crea autonomia, ed essere autonome abbatte le gerarchie, elimina deleghe e consente di passare all’azione.
Quanto abbiamo capito in Val di Susa è che le donne stanno sperimentandosi e cercano di darsi nuove possibilità: se i giornali, per esempio, ripropongono il cliché della contadina un po’ anziana che difende il proprio orticello contro il progresso arrembante ma è scavalcata e usata dalle giovani, e belle, ragazzacce dei centri sociali, a loro volta strumenti nelle mani di cattivi maestri adulti e maschi, ecco che queste donne rispondono insieme, per esempio, rispolverando per una sera i loro riti di streghe contro le reti che circondano il cantiere.
La terra, i saperi, la vita, la morte… impedirne l’appropriazione in nome del profitto è un modo che soprattutto le donne hanno per mettersi in gioco, per riconoscere anche quanto non è immediatamente percepibile: quando pensiamo alla violenza pensiamo di solito alla violenza contro noi stesse, la Valle e noi tutte diamo un esempio diverso: se la violenza di una divisa che occupa la tua terra è certa e chiara, e la reazione è altrettanto certa chiara e naturale, il taglio di una rete, la la violazione del cantiere, il lancio di una pietra siamo a un passo dal riconoscere che possiamo attaccare e respingere il corpo estraneo, sia esso un uomo che violenta picchia o uccide, sia esso lo Stato: come il lancio di quella pietra, la nostra è un’azione in potenza, è un arco di tiro al futuro, è il cerchio che si chiude.
La lotta delle donne contro l’alta velocità è rabbia delle donne senza vittimismi, è il rigetto degli stereotipi, è chiedersi:”io cosa sono disposta a fare per uscire da quel cantuccio in cui mi vogliono relegare?”, è cambiamento di sé e degli altri e cambiamento di segno nella presa di coscienza della propria forza.
Non è, solo, opporsi al treno: questo le donne lo sanno bene, e lo sanno di più, perché opporsi al capitalismo che si fa strada scavando le montagne e violentando terra e comunità per noi vuol sempre dire opporsi all’ordine sociale patriarcale del possesso.

Posted in 25 novembre, anticapitalismo, femminicidi, femminismi, immagini/immaginari, no tav, personale/politico, ReFe, resistenze, storie di donne, violenza di genere.


One Response

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  1. anna says

    molto interessante, aggiungo che non è casuale che siano spesso le comunità periferiche a portare avanti lotte che poi si rivelano vincenti. è il sud interno all’occidente. come un’india in casa, insomma!



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