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25 novembre. Un sistema di violenza. La violenza del sistema.

Il 25 novembre del 1960 furono assassinate Patria Mercedes, María Argentina Minerva e Antonia María Teresa Mirabal, meglio conosciute come Las Mariposas, le farfalle,  le tre sorelle che ebbero il coraggio, la forza e la determinazione di lottare per la libertà del proprio paese, la Repubblica Dominicana, opponendosi a una delle dittature più sanguinarie e feroci dell’intera America Latina, quella del generale Rafael Leónidas Trujillo.
Abbiamo raccontato più volte la loro storia, che è la storia di una lotta e di un brutale omicidio – le farfalle furono uccise a bastonate da agenti di Trujillo dopo che avevano intercettato e costretto a fermarsi la macchina su cui viaggiavano, dirette al carcere di Puerto Plata dove erano rinchiusi i mariti di due di loro, Manolo e Leandro –  ma è anche la storia di tutte: la scelta del 25 novembre come giornata internazionale di lotta e per l’eliminazione della violenza contro le donne e le bambine nacque nel 1981, in occasione del “Primero Encuentro Feminista de Latinoamérica y el Caribe” svoltosi a Bogotà durante il quale le delegate della Repubblica  Dominicana proposero di rendere omaggio alle sorelle Mirabal facendo della data del loro assassinio un simbolo per le donne di tutta l’America latina.
Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato ufficialmente il 25 novembre Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne, con la risoluzione numero 54/134.
A partire dal 1997, su proposta delle compagne messicane, militanti del movimento zapatista, intervenute al Secondo Incontro Internazionale contro il neo liberismo svoltosi a Barcellona la data del 25 Novembre viene ricordata anche dai collettivi femministi europei, e italiani, soprattutto per marcare una radicale e irriducibile distanza da ogni forma di fagocitante istituzionalizzazione della lotta delle donne. Da qualche anno, in occasione del 25 novembre in particolar modo, si sente usare sempre più di frequente un termine nuovo, un neologismo, femminicidio, ad indicare la violenza fisica psicologica sociale culturale e anche economica ed istituzionale agita contro una donna in quanto donna.
Nel maggio del 2006 Marcela Lagarde, femminista, militante comunista, professoressa di Antropologia e Sociologia presso l’Università di Città del Messico, eletta in Parlamento grazie a una straordinaria mobilitazione delle donne messicane, presidente della Commissione Speciale sui Femminicidi, che aveva l’obiettivo di far luce sui massacri di donne a Ciudad Juarez, tenne una relazione all’università di Oviedo dal titolo, semplice e netto: Femminicidio.
Le analisi di Marcela Lagarde, che qui riproponiamo in una sorta di riassunto/traduzione dallo spagnolo, seguono, completano, arricchiscono e, per certi versi, polemicamente precisano in particolare il pensiero di Jill Radford e Diana Russell, femministe e attiviste statunitensi, che per prime avevano già negli anni ’90  imposto politicamente l’uso del concetto e del termine femmicidio,   per indicare non solamente l’omicidio di donne, ma l’omicidio di donne esclusivamente in quanto donne, nominato in quanto tale e consumato soprattutto in ambito familiare, per mano di uomini, per motivi sessisti, indipendentemente da classe sociale, latitudine, religione o cultura.
Lagarde vi aggiunge l’elemento della continuità, cioè dimostra che discriminazione e violenza contro le donne sono legate e soprattutto sottolinea come queste facciano parte di un sistema: non si tratta di atti occasionali e slegati tra loro ma di veri e propri strumenti di oppressione e  controllo di una società patriarcale in cui lo Stato è complice attivamente o passivamente, della violenza maschile contro le donne.
Il femmicidio diventa femminicidio, in quanto implica il riconoscere che si tratta non solo di violenza misogina e sessista degli uomini,  ma anche delle istituzioni e di quelle donne che hanno fatto propria l’ideologia patriarcale.
Ogni atto singolo posto in essere contro una donna in quanto donna si lega con ogni altro atto singolo posto in essere contro una donna in quanto donna: è indispensabile cogliere questo nesso, è necessario dare un nome a questi atti per rendere percepibile a tutte e a tutti la matrice comune che li unisce, perché per decostruire le pratiche maschili e patriarcali, nonché il linguaggio che le sostiene, ne va evidenziata la natura misogina e sessista, non solo quando vengono riprodotte dall’uomo in quanto tale, ma anche e soprattutto quando attraversano la cultura, i luoghi comuni, la comunicazione, la realtà, le istituzioni.

Invitandovi alla lettura, vi consigliamo inoltre il notevole lavoro di Barbara Spinelli, Femminicidio, edito da Franco Angeli nel 2008.

“… quando ho accettato l’incarico presso la Commissione Speciale Omicidi di Genere, il comitato non era neppure chiamato così, ma era il comitato per seguire le indagini sugli omicidi di ragazze e donne a Ciudad Juarez, ed è interessante che il cambiamento di nome comporti un cambiamento di approccio: chiunque può tentare di dare una spiegazione all’omicidio di donne e ragazze, ma spiegare il femminicidio è ben altra cosa.
Il nome femminicidio indica una categoria teorica, sviluppata in una complessità di studi di genere da parte di un gruppo di ricercatrici e ricercatori, il più noto dei quali è il lavoro di Jill Radford e Diana Russell che nel libro del 1992 Femicide, The Politics of Women Killing tentarono di sistematizzare e teorizzare la questione analizzando diverse parti del mondo. A distanza di dieci anni il loro ultimo libro, Femicide in Global Perspective si pone come testo classico per capire gli sviluppi successivi della ricerca sul femminicidio.
Tengo a sottolineare come mondo politico e mondo accademico abbiano a volte affrontato il tema in modo conflittuale, come due questioni lontane e diverse: è necessario dare un fondamento teorico, una spiegazione politica a un problema che è stato affrontato come problema di/della polizia.
Che cosa è femminicidio?
In Messico darne una spiegazione politica e sociale uscendo dal mero caso di cronaca giornalistica è molto difficile: molto diffusa e popolare è la visione dell’assassino seriale che uccide solo le donne o del malato di mente che ammazza le donne anziane o delle bande che si spostano da una città all’altra per uccidere le donne come in una sorta di epidemia ma questi son casi che han fatto il giro del mondo, quello che è necessario è trovare le cause culturali sociali economiche e politiche che stanno dietro a sparizioni e omicidi di ragazze e donne in Messico come altrove nel mondo.

Radford e Russell in modo molto succinto affermano che si tratta di crimini d’odio contro le donne.
Ma cosa rende questo “femminicidio”?
Una prima chiave che offro è questa: il femminicidio è il prodotto di una violenza sociale nei confronti delle donne in una società che accetta la violenza contro le donna, la ignora, la rende invisibile, muta, svalutata e minimizzata al punto che lo stesso meccanismo di svalutazione si ritrova in famiglia, nel quartiere, al lavoro, insomma in ogni forma di organizzazione sociale.
Il sistema stesso è organizzato in modo che la violenza in sè sia parte attiva delle relazioni, dalla parentela, all’educazione, dal lavoro, alla società in generale.
La cultura poi conferma in mille modi questa violenza come naturale, la rafforza costantemente con immagini e modi e spiegazioni per cui tale violenza, pur se illegale, risulta comunque legittima.
Un altro punto chiave è che in tali casi di violenza si arriva fino alla morte delle donne solo nei casi più estermi, ma non in tutti, quindi il femminicidio non solo comprende gli assassinii di donne ma abbraccia l’insieme degli fatti violenti contro le donne, molte delle quali sopravvivo agli attentati violenti contro i propri beni, contro loro stesse; vediamo che ci sono donne sopravvissute al femminicidio delle quali si parla molto poco, ogniqualvolta si dice “ l’ha quasi ammazzata di botte” si parla in realtà di una donna sopravvissuta al femminicidio e nel mondo ce ne sono milioni.

Quelle che vediamo sono quelle che sono state ammazzate, ma quando guardiamo a loro non vediamo che la punta dell’iceberg, è quello che sta sotto che supporta la violenza contro le donne.
Guardare sotto è la prospettiva che dobbiamo assumere.

… che cosa è stato proposto in anni a Ciudad Juarez? La polizia, le telecamere, le truppe nelle strade come nella messa in scena di un film. Ma ogni settimana venivano uccise donne e la risposta al furore popolare era “non abbiamo fatto abbastanza” ma forse bisognerebbe iniziare dallo smantellare ogni spiegazione stereotipata, e cioè che a morire sono le ragazze giovani povere e persino con i capelli lunghi, ma in realtà in Messico, come nel resto del mondo, l’85% delle donne uccise appartengono a classi sociali diverse tra loro, sono studentesse, casalinghe, lavoratrici e non sempre la violenza sessuale è il movente, anzi, vengono uccise nelle loro case non per strada.
Queste sono le notizie che mi arrivano ogni giorno e ogni giorno mi alzo e ciò che accade nel mio paese è femminicidio.
Non si tratta solo di capire e gestire quanto avviene a Ciudad Juarez, ma, con uno sforzo enorme, bisogna capire cosa avviene in altre città: il primo passo è avere informazioni, dati, denuncie, rapporti.
In due anni ho viaggiato in ogni parte del paese per avere una base da cui partire per indagare sugli omicidi delle donne ma è stato molto complicato, non vi è una rete, non vi è ufficialità… sono le organizzazioni delle donne che presentano denuncie e rapporti, che impongono incontri alle autorità e ai governi, che cercano informazioni e chiedono di ammettere a viso aperto allo Stato di avere un problema.
Abbiamo creato un team che si occupa di violenza contro le donne e finalmente cominciamo a capire ciò che accade, e ciò che accade è che la violenza contro le donne è diventata visibile.
Ed è aumentata. È aumentata perché nei rapporti sociali si è esacerbata la componente di dominazione e potere sulle donne e perché non siamo stati in grado di cambiare la società e riformare le istituzioni, se non parzialmente.
La violenza contro le donne deve diventare indirizzo di azione per le istituzioni.
E con questo ampliamo la teoria di femminicidio che non indica solo la violenza fisica contro le donne fino all’omicidio, non indica solo la violenza sociale che circonda e sostiene l’autore di quell’omicidio, ma è anche la violenza delle istituzioni che non salvaguardano prima la vita delle donne perché non si pongono neppure il problema della sicurezza delle donne.
Ma vi è violenza contro le donne anche quando le donne che denunciano la violenza non hanno alcuna risposta istituzionale, non hanno sostegno e supporto né economici né sociali né giuridici né legali.
L’impunità è un altro elemento di femminicidio.

Femminicidio è anche la morte annunciata. I luoghi più a rischio per le donne sono i focolai domestici, sono i luoghi in cui vi sono più crimini contro le donne, quelli in cui le donne sono nella condizione più precaria e gli uomini in posizioni di maggior supremazia e in cui maggiori sono i comportamenti violenti.
Qui si tratta di prevenire, ad iniziare dal convincere che la violenza contro le donne non è naturale e che si può eliminare modificando le condizioni di vita delle donne, cambiando le relazioni di genere, trasformando il rapporto tra lo Stato e le donne… questa è la proposta, che sembra molto veloce e molto semplice a chi si occupa della questione, ma non lo è per coloro che si comportano secondo quei modelli.
Per concludere vorrei sottolineare quale meraviglioso sforzo sia stato compiere questa ricerca in Messico, in cui il femmnicidio non era mai stato indagato, perché abbiamo creato una metodologia, sviluppato un pensiero collettivo e fatto delle proposte, in modo che la società si renda conto di cosa sta succedendo… la partita tra mondo accademico e mondo politico per comprendere i meccanismi che stanno alla base dei terribili crimini contro le donne e smantellarli è aperta, sappiamo che questo non è sufficiente, ma è molto importante per cambiare le cose e arrivare a far rispettare nel mio paese e in tutto il mondo la vita delle donne e delle ragazze.
La parola femminicidio fa male. È un crimine e va riconosciuto. È una vasta gamma di fenomeni che ha a che fare con ogni donna e con ogni ragazza.
Voglio finire con lo slogan del nostro Comitato:
… Per la dignità e la libertà delle donne!

Posted in 25 novembre, autodeterminazione, corpi, femminicidi, femminismi, pensatoio, personale/politico, resistenze, sessismo, storie di donne, violenza di genere.


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