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Dovere di stupro

Se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha perché anche indurre in tentazione é peccato. Dunque una donna che camminando in modo procace suscita reazioni eccessive o violente, pecca in tentazione. Sono parole di Monsignor Arduino Bertoldo, vescovo di Foligno. Per intenderci, lo stesso che disse che l’aborto crea più vittime dei pochi preti pedofili.

La violenza carnale non riguarda né l’amore né il sesso, tantomeno la tentazione o il peccato: è un atto intimidatorio indirizzato, ancor più che contro la vittima designata, contro tutte le donne: la donna infatti non è percepita in quanto tale, non è pensata come pari o come possibile “interlocutrice” all’interno di rapporti sociali economici e culturali in cui i soggetti riconosciuti sono due ma è solo oggetto da distruggere, e la violenza è lo strumento attraverso il quale si addita alle donne, a tutte le donne, qual è il prezzo da pagare se si osa minacciare o sovvertire l’ordine che la società patriarcale e capitalista ha loro assegnato.

La famiglia come noi oggi la conosciamo è il prodotto di una costruzione recente tutta interna ai processi di affermazione del capitalismo: essa deve essere luogo di produzione e riproduzione di forza lavoro, in cui la donna ha un compito specifico, indispensabile e funzionale, vale a dire quello di soggetto erogatore di lavoro domestico di cura e riproduzione, lavoro gratuitamente eseguito, il cui luogo fondamentale e necessario di svolgimento è la casa.

Che lavori fuori o no, la costruzione ideologica di riferimento è questa e comunque, evidentemente, anche quando lavoriamo “fuori” le caratteristiche di cui dobbiamo dar prova sono le stesse che ci vengono richieste in casa: disponibilità, ascolto, flessibilità, abnegazione…il cerchio dunque si chiude.

Se le donne cominciano a rifiutare questo ruolo e innescano processi di lotta condivisi, autodeterminati e organizzati è evidente che vanno a colpire le condizioni stesse della riproduzione di forza lavoro, sottraendovisi, e quindi compromettono e minano direttamente alla radice l’organizzazione patriarcale e capitalista della nostra società.

Chiesa, stato, convenzioni, norme date, reagiscono e si difendono anche con la violenza, quella scatenata su ogni singolo individuo donna, non può che avere un singolo individuo uomo, in famiglia e no, come esecutore; quella sociale si esprime in modi diversi e gli esempi sono infiniti…citiamo solo l’intero e complesso, nonché quotidiano, meccanismo di costruzione dell’immaginario maschile e femminile attraverso i media, per cui fin dall’asilo veniamo bombardate di messaggi che ci invitano ad essere belle e sexy, a saperci truccare ma anche a saper cucinare, accudire, ascoltare…dai libri ai fumetti, dalla famiglia alla scuola, il mondo delle bambine è tutto nei toni del rosa… ma le bambine crescono e c’è il rischio che imparino a dire di no…

E allora bisogna ricordar loro continuamente che sono deboli, vulnerabili, incapaci a prender decisioni. Forse ci ricorda qualcosa in questo senso la campagna contro l’aborto o quella sulla fecondazione assistita…è un piano ben preciso, un meccanismo perfetto che mira alla subordinazione degli elementi ribelli della società.

Nella aule di tribunale, durante molti processi per stupro, ciò che accade è molto simile, e non è altro che la prosecuzione del lavoro di demolizione e depotenziamento che ha nello stupro il suo passaggio più drammatico: ci dobbiamo sentire tutte vittime, colpevoli di aver agito come soggetti liberi e pensanti.

Una vittima, o meglio, la donna che viene convinta a percepire se stessa come tale,  si può dominare più facilmente, è più disponibile a rinunciare alla lotta, a battersi per la propria dignità e per i propri diritti, vale a dire per la dignità e i diritti di chi debole non è affatto, ma da debole è rappresentato.

E ancora: rimanendo in tema di violenza, e in particolare violenza sessuale, basti pensare al modo in cui si preferisce sottacere il fatto che la stragrande maggioranza delle violenze avviene in famiglia e si preferisca strillare al mostro, meglio se straniero, al pazzo in una strada buia: non è casuale, perché in tal modo si instilla in tutte le donne la paura… meglio stare a casa, meglio non rischiare, attenzione a come ti vesti, evita quella strada…Quante di noi hanno anche solo una volta pensato in questi termini? Ed è così che si limita la nostra autonomia o la nostra voglia e possibilità di esperienza, conoscenza, scelta, ma soprattutto, continuando a ingannarci sul maniaco che è sempre sconosciuto, si nasconde il dato di fatto incontrovertibile per il quale l’unico luogo in cui ci vogliono costringere è il solo da cui tutte dovremmo scappare o, magari, ripensare, rifondare, ricreare in altro modo, se ci va: la famiglia.

E’ evidente che dietro la violenza, dietro ogni forma di violenza, si cela una realtà complessa, in cui motivazioni di carattere psicologico-soggettivo ed influenze sociali e culturali si intrecciano e si rinforzano: lo stupratore, il violento, si rende sostenitore e strumento dell’ideologia patriarcale, ma cade egli stesso vittima di quella cultura che contribuisce a rafforzare e dell’alienazione della società post industriale.

In una cultura che rende tutto merce, che impone rapporti basati sull’espropriazione, che ha fatto della paura del diverso un valore e dell’intolleranza una bandiera, lo stupro o comunque la violenza agita contro quella differenza di cui le donne sono evidenti portatrici, è un atto simbolico, drammatico e quotidiano di affermazione e riproduzione di supremazia e di controllo personali e sociali.

Viviamo in un mondo in cui si vorrebbe abituare a vivere accettando come normale la logica della competizione o della sottomissione, la violenza connota i rapporti interpersonali e li legge alla luce della sola legge del prendere, alla rivendicazione assoluta ed irrinunciabile del dominio e del possesso: chi non si piega va punito. E questo non riguarda solo le donne, la cui punizione ultima si concretizza fatalmente e tradizionalmente nell’uso della violenza fisica o psicologica, ma ogni soggetto irriducibile o marginale.

Lo stupratore non è affatto il mostro o il deviante, è l’avanguardia armata di una violenza quotidiana, generale che tende a ristabilire un ordine: lo stupratore non è altro che un uomo qualunque il cui comportamento è perfettamente in linea con i modelli socioculturali del contesto di appartenenza, lo stupratore non trasgredisce e non vuole trasgredire, ed è questo il motivo per cui molti non si rendono affatto conto di quanto commesso, lo stupratore fa quello che gli è stato insegnato, vale a dire agisce in difesa di un privilegio minacciato e nello stesso tempo riafferma il dominio e il controllo di tutta la società nei confronti della “differenza”.

Non è, spesso, né un emarginato né un disadattato, ma è l’insospettabile, conosciutissimo, quotidiano amico, marito, fratello, padre, collega…bianco e occidentale

La donna che esce la sera è “differenza”, la donna che decide di chiudere una relazione è “differenza”, la donna che ha ambizioni, guadagna, fa un lavoro gratificante è “differenza”, la donna che non si piega al ruolo di angelo del focolare è “differenza”. Apparentemente la società accetta e supporta questi epocali cambiamenti nei ruoli del maschile e del femminile, ma in realtà a saperli cogliere, i segnali di una persistente ostilità nei confronti delle donne sono evidenti:  la rivoluzione agita dalle donne negli ultimi decenni mina alle fondamenta tutti i capisaldi su cui si regge la nostra società, anche se noi non ci sentiamo più inferiori, in realtà è a quella percezione di inferiorità che ogni stupro, e ogni conseguente campagna mediatica abilmente orchestrata, mirano a ricondurci.

Il progressivo imporsi delle donne come soggetti autonomi ha reso inevitabile una ridefinizione di tutte le norme e convenzioni che regolano l’agire quotidiano, la violenza non ha altro obiettivo che umiliare, degradare, parzializzare e depotenziare la donna e quindi tutte le donne, nell’illusione di poterci controllare e di vederci definitivamente soggiogate.

La violenza è la risposta difensiva alla liberazione femminile, è la negazione di ogni diversità, del dialogo con l’altro da sé, è rivalsa, controllo, dominio.

E’ il modo con cui piegare le donne al lavoro, alla disciplina e quindi ai ruoli voluti, e, dall’altra parte, incoraggiare gli uomini nelle loro funzioni di disciplinatori e repressori.

Forse è arrivato il momento di far saltare tutto questo insieme, donne e uomini insieme, come corpi sociali diversi ma egualmente ribelli.

Posted in pensatoio, violenza di genere.


3 Responses

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  1. silvestra says

    Ottimo articolo! Tocca con chiarezza e lucidità tanti punti cruciali, grazie!

  2. Daniela says

    Bellissimo articolo, sono d’accordo su tutta la linea: lo condivido immediatamente su FB.
    Dobbiamo far aprire gli occhi e far capire questo meccanismo repressivo a più donne possibile, solo così ognuna può scegliere consapevolvemnte la via della libertà.
    Grazie delle tue parole 🙂

  3. francescap. says

    Grandissimo post, anche la donna che naviga in internet ,che legge questi post è “differenza” e per fotuna la rete è libera.Grazie



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