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La procreazione come destino di libertà

Il Libro Bianco di Sacconi (seconda parte)

Volendo approfondire alcuni punti, abbiamo iniziato con il paragrafo dedicato alla maternità, paragrafo breve ma denso di significato, utile come spunto per un discorso più generale, in particolare riguardo ai valori, ossia quelli che il Libro Bianco considera tali, e alle tendenze  generali che intende indicare.

Abbiamo messo in evidenza come l’intero brano tenda a rappresentare, e spiegare, come ineluttabile e indissolubile il legame tra maternità, donne e famiglia, quasi a sancire la procreazione come destino di libertà per le donne, soprattutto con l’obiettivo della produttività: durante il fascismo dovevamo far figli per la patria, con Sacconi per il mercato…

Non far figli è una colpa, anzi, un peso, economico e generazionale, in quanto causa di invecchiamento del paese e fardello per le generazioni successive.

Inoltre, dato generale, è singolare che le donne, in quanto donne e basta, compaiano solo a metà paragrafo, e l’uomo, con il quale nell’immaginario di Sacconi si fanno obbligatoriamente i figli, quindi il marito, solo alla fine, laddove ne si lamenta la scarsa propensione a contribuire con il proprio tempo al lavoro domestico…

Propensione o piuttosto una necessaria divisione dei ruoli ben codificata e indispensabile? Produzione e riproduzione non sono due aspetti inscindibili del capitalismo? L’uomo produce e la donna riproduce, come già svelato da alcune teoriche femministe negli anni 70.

Questo paragrafo è perlopiù percorso da una serie di consapevoli imprecisioni, meglio, errori, che il semplice esame dei dati emersi dalle indagini degli ultimi anni, italiane ed europee, in tema di natalità, servizi e lavoro femminile, avrebbe potuto evitare.

Ma riteniamo che, ancora una volta, a Sacconi non interessi la realtà quanto piuttosto una sua riscrittura, imprescindibile se si deve far piazza pulita di un intero ordine politico e sociale di riferimento per affermarne un altro, in cui, presupposto essenziale, il destino che si prefigura per le donne è, a livello sociale, la maternità, a livello lavorativo, il tempo parziale o la precarietà, a livello economico un salario insufficiente e, infine, a livello culturale, un tempo liberato dal lavoro fuori casa non per sé ma per sostituire il Welfare pubblico smantellato e venduto al miglior offerente privato.

Per far questo, è ovvio, i dati di realtà vanno contraffatti.

Per esempio evitando accuratamente, ogni volta che si nominano i servizi, indispensabile sostegno per chi lavora, uomo o donna che sia, se si hanno figli o genitori anziani, l’aggettivo “pubblici” oppure concentrandosi esclusivamente sul tema della cura dei figli piccoli, come se ciò di cui cittadini e cittadine hanno bisogno possa essere esclusivamente limitato all’infanzia, e non, come ben sappiamo, anche relativo ai tempi delle città e del lavoro, al sostegno alle disabilità, all’attenzione verso gli anziani, alla tutela della salute…

Sappiamo però che questi sono servizi che prescindono dall’essere coppia, o famiglia, interessano tutti e tutte trasversalmente quanto ad età, regione di residenza, genere; mentre nell’universo del Libro Bianco la famiglia è centrale, la procreazione indispensabile e la realtà cui si rimanda è quella del nord benestante.

Un’altra contraffazione riguarda il legame tra lavoro fuori casa delle donne e natalità, altra ossessione di Sacconi al pari di quelle per la vecchiaia improduttiva: in questo paragrafo, infatti, non solo si mette in dubbio quanto ormai accertato da decenni, vale a dire che quando le donne lavorano in modo stabile ed economicamente riconosciuto e vi è un Welfare pubblico accessibile e di valore, le donne i figli li fanno, ma si cambiano i termini della questione forzando, ancora, la realtà.

Sullo sfondo della strisciante svalutazione del ruolo della donna lavoratrice non madre, il Libro Bianco fa un’acrobatica accusa: nelle regioni del Nord, sembra denunciare, in cui i tassi di occupazione femminile sono a livello europeo e gli asili nido ci sono, non fate lo stesso i figli che dite di desiderare, o che ci aspettiamo da voi, è il sottinteso, quindi ci devono essere altri motivi.

Scontato ribadire che il non desiderare la maternità non è neppur preso in considerazione, non per chi fa della famiglia l’oggetto della dedica del Libro Bianco stesso!

Sacconi non ha fatto, o non ha voluto fare, una banale operazione di confronto a dati incrociati, indispensabile se non si vuole, appunto, r/aggirare la realtà: è vero quanto il ministro afferma nel paragrafo sulla maternità, ma non precisa che in quelle regioni le donne non lavorano, tutte!, in settori in cui i contratti sono a tempo indeterminato e i diritti garantiti; non aggiunge che in quelle regioni vi è il più alto livello di sussidiarietà tra pubblico e privato per quanto riguarda i servizi; non spiega che in quelle regioni le rette dei nidi sono le più alte d’Italia…

Se poi, alla fine, deve ammettere a denti strettissimi, che il problema può essere anche l’insufficienza di alcuni servizi, non rinuncia alla consueta stoccata contro le donne: la medicalizzazione del parto sarebbe tra le influenze culturali più sottili che ci impediscono di far figli, accanto alla progressiva perdita di valore sociale della maternità e la già citata scarsa propensione degli uomini italiani alla condivisione dell’impegno domestico.

Evidentemente qui l’eco è a quel punitivo “partorirai con dolore” di biblica memoria…

Ma vi è ancora una forzatura: se per medicalizzazione si intende, come fa per esempio l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il ricorso sovrabbondante al parto cesareo in alcune aree dei paesi occidentali, allora di nuovo il discorso del Libro Bianco non torna; infatti, in Italia, le regioni in cui il tasso di natalità è più alto sono proprio quelle in cui si praticano parti cesarei in percentuali altissime, e dato che noi i grafici li abbiamo esaminati, abbiamo notato che, per la maggior parte, vengono effettuati in strutture privare, ossia presso quel privato convenzionato sussidiario ai presidi pubblici tanto caro a Sacconi, e a Cota qui in Piemonte.

In conclusione di questa seconda parte, ma non ultima, lasciamo la parola proprio al ministro Sacconi, e riportiamo le frasi finali del Libro Verde, l’antecedente del Libro Bianco in quanto utilizzato nella sua redazione, frasi che possiamo leggere anche con ironia, ma che non dobbiamo assolutamente sottovalutare perché prefigurano chiaramente cosa ci aspetta e contro l’affermazione di quali modelli dobbiamo continuare a lottare:

“Un moderno Welfare deve essere capace di fornire una risposta globale ai diversi bisogni della persona. Fondamentale, in questa prospettiva, è la capacità di “fare comunità”, a partire dalle sue proiezioni essenziali che sono la famiglia, il volontariato, l’associazionismo e l’ambiente di lavoro, sino a riscoprire luoghi relazionali e di servizio come le parrocchie, le farmacie, i medici di famiglia, gli uffici postali, le stazioni dei carabinieri. E’ solo in questo modo che pare possibile costruire una rete diffusa e capillare di servizi e nuove sicurezze ad integrazione della azione dell’attore pubblico”.

A questo link la prima parte della riflessione sul Libro Bianco.

Su UniNomade la pubblicazione del contributo di MeDeA

Posted in autodeterminazione, corpi, LibroBiancoSacconi, precarietà.


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