Skip to content


Dalla rubrica “Storie di donne”: Assata Shakur

AFFIRMATION

Credo nella magia delle mani e nella saggezza degli occhi. Credo nella pioggia e nelle lacrime, e nel sangue dell’infinito.

Credo nella vita e ho visto il corteo della morte marciare sul torso della terra, scolpendo corpi di fango nel suo cammino.

Ho visto la distruzione della luce del giorno e visto vermi assetati di sangue implorati e riveriti. Ho visto il gentile diventare cieco e il cieco diventare escluso in una sola semplice lezione. 

Sono stata rinchiusa dai senza legge, ammanettata da chi odia, imbavagliata dagli avidi.

E, se capisco qualcosa, so che un muro non è un muro e nient’altro. E può essere abbattuto.

E credo che una nave smarrita, guidata da marinai stanchi, col mal di mare, si possa ancora condurre in porto.

Questa che sentiremo è la sua voce, in una rara registrazione del 1998. Assata racconta della sua vita di afroamericana, dell’attivismo politico, del suo ingresso nelle pantere nere e la repressione fortissima che subirono da parte dell’Fbi e della giustizia degli Stati Uniti.

https://www.youtube.com/watch?v=nvYqYlvboEg (dal minuto 2.12 al 3.31)

Il 2 maggio 1973, la Black Panther Assata Shakur (nome da “schiava” JoAnne Deborah Chesimard), giace in un ospedale del New Jersey, in fin di vita, ammanettata, sorvegliata a vista. Agenti della polizia statale e federale cercano di interrogarla, per lo scontro a fuoco appena avvenuto e in cui ha perso la vita un poliziotto.

“C’erano luci e sirene. Zayd era morto. Dentro di me sapevo che era morto. L’aria era come vetro freddo. Bolle enormi si formavano e scoppiavano. Ogni volta sentivo una specie di esplosione nel petto. In bocca un sapore di sangue e di sporcizia. L’auto mi girava intorno, poi sono stata sopraffatta da qualcosa simile al sonno. Sullo sfondo udii un rumore di spari. Ma stavo perdendo i sensi e sognavo. Improvvisamente la porta si spalancò e mi sentii trascinare sul pavimento. Schiacciata e picchiata, un piede sul mio capo, un calcio nello stomaco. Poliziotti ovunque. Uno di loro mi teneva una pistola puntata alla testa.

=da che parte sono andati? – gridava – Troia, è meglio che apri quella maledetta bocca o ti faccio saltare quella maledetta testa=

Accennai con il capo in direzione dell’autostrada. Ero sicura che nessuno fosse andato da quella parte. Un paio di sbirri partirono di corsa.

= Dobbiamo metterla su un auto? – chiese uno di loro.

= No, lasciala sul marciapiede, è il suo posto. Basta che la levi dalla strada.”

Da tempo Assata è ricercata dal Fbi e dalle polizie di ogni parte degli Usa, nel quadro della campagna tesa a criminalizzare, discreditare e distruggere il movimento di liberazione Nero. Il piano varato dal Fbi ha un nome ormai famigerato: Cointelpro.

Dopo quattro anni di carcere, a marzo del 1977, il tribunale riuscirà finalmente a condannarla, come complice nell’omicidio del poliziotto, ma senza alcuna prova reale.

Assata racconta tutto ciò in un libro bellissimo, un’autobiografia curata da Giovanni Senzani per l’edizione italiana: dall’oppressione di essere donna, e donna nera in particolare, fino alla crescita di una consapevolezza rivoluzionaria come attivista e combattente nel movimento nero degli Usa. Per farlo, ricostruisce anche pagine appassionanti e significative della propria vita, dall’infanzia sino al periodo finale del carcere.

Nel 1979, con l’aiuto di un commando di quattro uomini e una donna, riesce ad evadere e raggiungere Cuba. Ed è lì che si conclude questo racconto avvincente, entrato ormai a far parte della storia culturale del movimento nero.

La caccia, subito scatenata dalla polizia, non ottiene nessun risultato. Di Assata non si ha più traccia per un lungo periodo. Solo anni più tardi, dopo un periodo di clandestinità in cui Assata ha continuato a lanciare appelli al suo popolo e alle sorelle nere, ricompare pubblicamente a Cuba, dove le è stato garantito asilo politico.

Assata è tutt’ora compresa nella lista dei dieci più ricercati dall’Fbi.

Le pagine dell’autobiografia sono l’avvincente racconto della formazione di una coscienza di classe, rivoluzionaria, nera, in una stagione di lotta che ha coinvolto milioni di giovani, come Assata, che incominciavano sempre le discussioni “parlando di riforme” e finivano sempre “parlando di rivoluzione”.

“Più attiva diventavo e più mi piaceva. Era come una medicina, mi faceva bene, mi rendeva completa. Mi sentivo a casa. Per la prima volta la mia vita sembrava avere un significato. Ovunque mi girassi, la gente Nera stava combattendo, era meraviglioso. Come al solito, andavo a tutta velocità, le mie energie non potevano smettere di danzare. Ero catturata dalla musica della lotta e volevo muovermi”.

Il percorso politico di Assata è quello tipico di ogni rivoluzionaria/o nera/o che, dalle prime esperienze nel movimento afroamericano degli anni ’60, ha finito pre gravitare e poi militare nel Black Panther Party, l’organizzazione rivoluzionaria che, dal 1966 al 1971, ha agito come potente catalizzatore della protesta, della resistenza e della lotta nera più cosciente.

“Sono una rivoluzionaria nera e, per definizione, ciò mi rende parte del Black Liberation Army”.

La pratica del Black Panther Party diventa il punto più avanzato di un forte movimento di massa contro la guerra, contro il razzismo, contro lo sfruttamento capitalistico.

Il Black Panther diventa subito, al suo primo apparire, la minaccia numero uno alla tranquillità interna degli Stati Uniti e viene individuato come nemico interno contro cui governo, polizia, Fbi, Cia conducono una guerra senza quartiere, scatenando una repressione e una persecuzione senza precedenti.

Il contesto economico-sociale che emerge dalle pagine del libro è quello del razzismo, dello sfruttamento, dell’emarginazione, della distruzione culturale e fisica a cui è sottoposta la maggioranza del popolo nero insieme agli altri popoli oppressi: portoricani, chicanos, ispanoamericani, i nativi americani.

Discriminazione di classe e discriminazione di razza si sovrappongono, relegando al livello sociale più basso e in condizioni di vita insostenibili i proletari e le proletarie, trasformando il razzismo in una qualità intrinseca del capitalismo.

“Ho passato il mio primo mese nel carcere della contea di Middlesex, impegnata a scrivere. Evelyn mi aveva portato dei ritagli di giornale ed era ovvio che la stampa stava cercando di incastrarmi, di farmi sembrare un mostro. Secondo loro io ero una criminale comune, che se ne andava in giro a sparare ai poliziotti tanto per farlo. Dovevo fare una dichiarazione. Dovevo parlare alla mia gente e spiegare di cosa si trattasse, da dove saltavo fuori. Mi sembrò di metterci un’eternità a scrivere la dichiarazione. Volevo registrarla e dovetti ricorrere all’aiuto di Evelyn. Come mio legale era assolutamente contraria e mi consiglio di non fare la registrazione. Ma come donna Nera che viveva in america, Evelyn capiva perché fosse così importante e necessario. Registrai la dichiarazione “Alla mia gente” il 14 luglio 1973 e fu trasmessa per radio da molte stazioni. Ecco cosa dissi:

“Fratelli Neri, sorelle Nere, voglio che sappiate che vi amo e spero che in qualche parte del vostro cuore abbiate dell’amore per me. Il mio nome è Assata Shakur, e sono una rivoluzionaria. Una rivoluzionaria Nera. Questo significa che ho dichiarato guerra a tutte le forze che hanno violentato le nostre donne, castrato i nostri uomini e tenuto i nostri figli a stomaco vuoto.

Ho dichiarato guerra ai ricchi che prosperano sulla nostra povertà, ai politici che ci mentono con il sorriso sulle labbra e a tutti i robot senza mente e senza cuore che proteggono loro e le loro proprietà. Sono una rivoluzionaria Nera e, in quanto tale, sono una vittima di tutta la rabbia, l’odio e l’infamia di cui è capace l’amerika. Come con tutti gli altri rivoluzionari Neri, l’amerika sta tentando di linciarmi.

Sono una donna rivoluzionaria Nera e per questo sono stata imputata e sono stata accusata di ogni presunto reato al quale si pensa possa partecipare una donna. Di presunti reati nei quali si presume siano coinvolti solo uomini, sono stata accusata di averli organizzati. Hanno affisso manifesti che mi raffigurano negli uffici postali, negli aeroporti, alberghi, auto della polizia, metropolitana, banche, televisioni, giornali. Hanno offerto più di 50.000 $ per la mia cattura e hanno dato l’ordine di spararmi a vista e sparare per uccidere.

Gli sbirri hanno usato i loro giornali e le loro televisioni per dipingere il Black Liberation Army come vizioso, brutale e pazzo criminale. Ci hanno chiamati banditi e donne di banditi. Dovrebbe essere evidente a chiunque sia in grado di pensare, vedere o sentire, che noi siamo le vittime. Le vittime e non i criminali.

Dovrebbe anche esserci chiaro chi sono i veri criminali. Nixon e i suoi complici hanno assassinato centinaia di fratelli e sorelle del Terzo mondo nel Vietnam, in Cambogia, Mozambico, Angola, Sudafrica. È stato provato dal Watergate: i massimi esponenti del governo in questo paese sono un branco di criminali bugiardi. Il presidente, due procuratori generali, il capo del Fbi, il capo della Cia, e metà del personale della Casa Bianca sono implicati nell’affare Watergate.
Ci chiamano assassini, ma non siamo stati noi quelli che hanno ucciso più di 250 uomini, donne, bambini Neri inermi, o ferito altre migliaia negli scontri che hanno provocato negli anni ’60. I padroni di questa nazione hanno sempre considerato la loro proprietà più importante delle nostre vite. Ci chiamano assassini, ma non eravamo noi i responsabili per i 28 fratelli detenuti e i 9 ostaggi assassinati ad Attica. Ci chiamano assassini, ma non abbiamo assassinato o ferito più di 30 studenti Neri inermi nella Jackson State, e neppure nella Southern State University.

Ci chiamano assassini, ma noi non abbiamo ucciso Martin Luther King, Jr. Emmett Till, Malcom X, George Jackson, Nat Turner, James Chaney e molti altri. Noi non abbiamo ucciso, sparando alle spalle, la sedicenne Rita Lloyd, l’undicenne Rickie Bodder e Clifford Glover, di dieci anni. Ci chiamano assassini, ma noi non controlliamo o diamo forza ad un sistema di razzismo ed oppressione che uccide sistematicamente la gente Nera e del Terzo mondo. Anche se si stima che i Neri ammontino a circa il 15 per cento dell’intera popolazione americana, almeno il 60 per cento delle vittime di assassini sono Neri. Per ogni sbirro ucciso nel cosiddetto adempimento del dovere, ci sono almeno 50 Neri assassinati dalla polizia.

Milioni di Neri sono morti in seguito a carenza di cure mediche. Questo è un assassinio. Ma loro hanno la sfrontatezza di chiamare noi assassini. Ci chiamano rapitori, ma il fratello Clark Squire (che come me è accusato di aver ucciso un agente della polizia dello Stato del New Jersey) è stato rapito il 2 aprile 1969 dalla nostra comunità Nera e tenuto in ostaggio per una somma di 1 milione di dollari nel processo per cospirazione contro le Phanter 21 di New York. È stato prosciolto il 13 maggio 1971, insieme a tutti gli altri, dai 156 capi di accusa per cospirazione da una giuria che ci ha messo meno di due ore per deliberare. Il fratello Squire era innocente. Eppure è stato rapito dalla sua comunità e dalla sua famiglia. Più di due anni della sua vita gli sono stati rubati, ma loro chiamano noi rapitori. Il 90 per cento della popolazione carceraria in questa nazione è gente Nera o del Terzo mondo, che non si può permettere né cauzione né avvocato.

Ci chiamano ladri e banditi. Dicono che rubiamo. Ma non siamo stati noi che abbiamo tolto milioni di Neri dal continente africano. Ci hanno rubato la nostra lingua, le nostre divinità, la nostra cultura, la nostra dignità umana, il nostro lavoro, le nostre vite. Ci chiamano ladri, ma noi non abbiamo derubato e assassinato migliaia di Indiani strappandoli dalla loro terra natia, per poi chiamarci “pionieri”. Ci chiamano banditi, ma non siamo stati noi che abbiamo rubato all’Africa, all’Asia e all’America latina le loro risorse naturali e la loro libertà, mentre i loro popoli stanno morendo di fame. I padroni di questa nazione e i loro tirapiedi si sono macchiati di alcuni dei più brutali e depravati crimini della storia. Loro sono i banditi. Loro sono gli assassini. E loro dovrebbero essere trattati come tali. Questi maniaci non sono adatti a giudicarmi, a giudicare Clark o qualsiasi altro Nero sotto processo in amerika. I Neri dovrebbero, e inevitabilmente dovranno, determinare il loro destino.

Ogni rivoluzione nella storia è stata compiuta mediante azioni, anche se le parole sono indispensabili. Dobbiamo creare scudi che ci proteggano e lance che colpiscano i nostri nemici. I Neri debbono imparare adesso a lottare lottando.
Ogni volta che un Combattente per le Libertà Nero viene assassinato o catturato, gli sbirri tentano di creare l’impressione di aver schiacciato il movimento, distrutto le nostre forze, eliminato la Rivoluzione Nera. Gli sbirri tentano anche di dare l’impressione che solo cinque o dieci guerriglieri siano responsabili per tutte le azioni rivoluzionarie che vengono eseguite in amerika. Questa è una sciocchezza. Questo è assurdo. I rivoluzionari Neri non provengono dalla luna. Noi siamo un prodotto della nostra situazione. Plasmati dalla nostra oppressione. Siamo stati costruiti in serie nelle strade dei ghetti, in posti come Attica, San Quentin, Bedford Hills e Sing Sing. Stanno producendo migliaia come noi. Molti veterani disoccupati Neri e madri che fruiscono dell’assistenza sociale stanno unendosi alle nostre fila. Fratelli e sorelle di tutti gli strati sociali, che sono stanchi di soffrire passivamente, formano il Black Liberation Army.

C’è, e ci sarà sempre, fino a quando ogni uomo, ogni donna, ogni bambino Nero non sarà libero, un Black Liberation Army. Dobbiamo conquistare la nostra libertà. È nostro dovere vincere. Dobbiamo amarci e sostenerci l’un l’altro. Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene. Dobbiamo continuare a combattere.”

Concludiamo come abbiamo iniziato, facendovi sentire ancora le sue parole…

Traduciamo sinteticamente quanto stiamo per ascoltare…Assata dice ho portato avanti la lotta anticapitalista, la lotta per l’autodeterminazione del mio popolo, per un cambiamento radicale del sistema, contro il sessismo, il razzismo e le politiche repressive…se tutti questi sono crimini, allora sono sicuramente colpevole! 

https://www.youtube.com/watch?v=nvYqYlvboEg (dal minuto 4.51 al 5.29)

Posted in acab, anticapitalismo, antirazzismo, autodeterminazione, carcere, radio, resistenze, rubriche.

Tagged with , , , , .


No Responses (yet)

Stay in touch with the conversation, subscribe to the RSS feed for comments on this post.



Some HTML is OK

or, reply to this post via trackback.