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Bandite!

Come ogni anno, in occasione del 25 Aprile, pubblichiamo un approfondimento dedicato alla partecipazione delle donne alla Resistenza, focalizzando l’attenzione di volta in volta su un diverso aspetto o su un particolare ruolo entro quella che fu una specificità dal valore indiscusso, non un appoggio alla lotta di Liberazione ma sua spina dorsale, come ricordato nel bel saggio di Marina Addis Saba, “Partigiane”, da cui abbiamo tratto alcune delle testimonianze che con voi condividiamo e che riguardano un compito specifico di cui le donne partigiane si fecero carico, con notevole spirito di iniziativa e forte rischio, quello della cura e dell’assistenza dei e delle combattenti … buon 25 Aprile! 

Organizzare un servizio sanitario clandestino richiedeva una buona dose di intraprendenza, improvvisazione e soprattutto la capacità di intuire chi, negli ospedali, tra le corsie o semplicemente in un ambulatorio di città fosse disposto ad assumersi il rischio di prestar le prime cure ad un partigiano ferito in combattimento, ad una staffetta aggredita dalla febbre, a un giovane con la bronchite o a una ragazza in fuga da un rastrellamento: si trattava di trovare farmaci e medicine e garze, un letto sicuro, un medico o un’infermiera che non tradissero, che non voltassero la testa dall’altra parte…

furono interi reparti ad ospitare i e le combattenti, succede alla Pinna Pintor di Torino, al Niguarda di Milano e al San Martino di Genova, con la complicità di tutto il personale, delle suore, degli altri pazienti ma, spesso, furono direttamente infermiere e dottoresse a salire in montagna, a organizzarsi in citta e a farsi partigiane …

a Genova la dottoressa Ida De Guidi si offre di far parte delle SAP con il compito di segnale i luoghi in cui sono ricoverati partigiani, darne notizia al comando e studiare possibili vie di fuga,

a Firenze l’ostetrica Argia Tedeschi dopo aver assistito ad un’azione di partigiani contro una caserma tenuta dai tedeschi decide di caricarsi letteralmente a spalle i feriti, li trascina alla sua auto e li porta in ospedale,

Renata Viganò organizza e gestisce il servizio sanitario della Brigata che operava nelle valli di Comacchio,

a Milano la dottoressa Gatti Casazza assiste i partigiani feriti e le loro famiglie, organizzando con medici e infermiere una efficace catena dell’evasione: i repubblichini presidiano gli ospedali, ma i partigiani vengono nascosti, persino nei montavivande ai piani!, e fatti fuggire vestiti da medici,

sempre a Milano Maria Peron, ospedale Niguarda, sale in montagna e opera come chirurgo, assieme a suor Tommasina, che riusciva a rubare armi e munizioni ai fascisti per consegnarle in Brigata, entrambe sono in contatto con un gruppo di infermiere che non appena informate di un conflitto a fuoco lasciano l’ospedale e corrono sul posto per un primo soccorso clandestino,

Maria Rovani, nome di battaglia Camilla, è un’ostetrica che lavora a Barge, in Piemonte, sin dall’8 settembre apre la sua casa ai primi nuclei di azione partigiana, organizza incontri, riunioni, nasconde e cura i feriti,

Narcisa Fiorentini, assistente sanitaria di Firenze, durante l’insurrezione organizza un ospedale clandestino nei cosiddetti casoni, ossia le case dei ferrovieri del ponte Delle Mosse e predispone un sistema di circolazione delle medicine passando di tetto in tetto, grazie alla collaborazione delle donne e delle ragazze della zona,

alle Molinette di Torino in una camerata distrutta sono nascosti i partigiani da curare, se ne occupa Anna Bonivardi, che riesce a coordinare un piccolo gruppo di medici e dottoresse e infermiere attivissimo nei giorni dell’aprile del ’45, raccogliendo nelle strade martoriate dai cecchini i feriti e portandoli negli ospedali di fortuna allestiti nelle fabbriche presidiate,

e, infine, Pinella Orlandini infermiera del Niguarda che nasconde e cura i partigiani e poi li fa fuggire attraverso le cantine.

Moltissime, pur non essendo né infermiere né dottoresse, scelsero, in montagna o in città, di assistere i compagni e le compagne feriti, congelati, ammalati o affamati, rischiando di chiedere aiuto alla persona sbagliata o di venir prese durante la ricerca disperata di medicine, le ricordiamo con fierezza raccontando la storia di una ragazzina piemontese che riesce ad andar su con un campioncino e che per farsi meglio accettare dal comandante della Brigate pensa di presentarsi come infermiera ma non ha mai fatto neanche un’iniezione! I partigiani sono tutti ammalati di scabbia, lei torna in paese e con l’aiuto del farmacista ottiene le medicine necessarie e riesce a guarirli. Al comandante dice: “ rimango solo se mi date un’arma e mi mettete di guardia e alle azioni. In più farò l’infermiera, se siete d’accordo resto, se non me ne vado!”

Alcune indicazioni di lettura:

Bianca Guidetti Serra, Compagne, Einaudi

Marina Addis Saba, Partigiane, Mursia

Anna Maria Bruzzone, Rachele Farina, La Resistenza taciuta: dodici vite di partigiane piemontesi, La Pietra

Ada Gobetti, Diario Partigiano, Einaudi

Renata Viganò, Matrimonio in Brigata, Vangelista

Posted in 25 aprile, resistenze, storie di donne.

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