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Dalla rubrica radiofonica “DONNE IN ARTE”: la cineasta Daniéle Huillet

Iniziamo facendo sentire la sua voce. E’ l’inquadratura iniziale del film TROPPO PRESTO TROPPO TARDI e la voce fuoricampo è la sua. Si tratta di un film del 1980 che la stessa Daniele Huillet presenta così…

«Vengono mostrati molti teatri dell’oppressione, della ribellione, si ascoltano i rumori del presente, viene raccontata la storia di classe della Francia nei mesi che precedettero il 1789 con le parole di Friedrich Engels e una voce di donna (la mia!, in tedesco con accento francese, affinché esista un legame con i paesaggi e i nomi), e poi, da una voce d’uomo con accento arabo, la storia delle lotte contadine in Egitto e della liberazione dai colonizzatori occidentali, ma non dell’oppressione di classe nel proprio paese.»

https://www.youtube.com/watch?v=7lyWAQPzczg dal minuto 2.13 fino al 3.23

Raccontare Daniele Huillet significa provare a raccontare il suo cinema e la simbiosi artistica e di vita con il suo compagno JeanMarie Straub.

Daniele è nata a Parigi il 1 maggio 1936, è cresciuta in campagna ed è ritornata a Parigi nel 1948. Studia al Liceo Jules Ferry, si prapara per l’IDHEC, ma si rifiuta di scrivere un saggio sul film “Manèges” di Yves Allégret che ritiene indegno di una prova d’esame. Dal 1969 si è trasferita a Roma. Daniele è morta nell’ottobre 2006.

JeanMarie ancora resiste e porta avanti la sua lotta, al cinema e in teatro.

Nel loro cinema ci sono Brecht e Pavese, Vittorini, Holderlin e Franco Fortini, Schoenberg, Bach, Cezanne, la lotta di classe, i non riconciliati, operai e contadini…

Ogni inquadratura è un atto di resistenza, indelebile monumento di celluloide dedicato ai vinti che hanno fatto la storia, i sommersi, i non salvati.

Fosse comuni e militi ignoti, tutti coloro che non hanno nome e non possiedono nulla.

Pellicole rigorose, sequenze partigiane. Il film come materia e materiale resistente.

Una poetica dell’immobilità che è canto della durata.

Nessuna ombra, nessuna ambiguità, nessuna profondità di campo: la lotta di classe è questione di superficie.

Banda visiva e banda sonora confliggono costantemente.

Il punto di rottura tra superficie sonora e superficie visiva è arte della fuga e della strategia, guerra di guerriglia al potere. Non solo quello cinematografico.

Come insegna Foucault, e lo sanno bene Huillet e Straub, il potere non è nemico visibile ma è un problema di cose e parole, pratiche sociali e di ragione, sistema di segni e significati.

Resistere all’ordine dominante vuol dire forzare le forme di discorso imposte e controllate dall’alto

http://www.youtube.com/watch?v=1-xdQAWt6SQ fino a 1minutoe26

LEGGIAMO ALCUNI STRALCI DI ALCUNE LORO INTERVISTE riportate dal libro a loro dedicato e curato da Piero Spila per Bulzoni Editore, una raccolta di saggi, materiali, interviste con una ricca filmografia critica e una corposa bibliografia.

“Il denaro è l’unica cosa che conta. Abbiamo un Europa al solo servizio del profitto e della cosiddetta economia di mercato, che produce barbarie; quelle barbarie che diffondiamo con la logica del profitto e del consumismo, rendendo il terzo mondo ogni giorno più povero. Distruggiamo tutto, anche noi stessi.

Per quanto riguarda l’utopia comunista, non è una nostra invenzione. E’ quanto sviluppa Holderlin nel secondo atto dell’Empedocle, nella prima versione:

Avete da lunghissimo tempo sete d’Insolito

e come da corpo malato, lo spirito

d’Agrigento anela fuori dalla vecchia strada.

Rischiate dunque! Ciò che avete ereditato, ciò che avete acquisito,

ciò che la bocca dei padri vi ha raccontato, insegnato,

legge e usanze, nomi di vecchi dei,

dimenticatelo audacemente, e levate, come nuovi nati,

gli occhi verso la divina natura!

L’utopia comunista è esattamente quello che chiedeva Brecht: il semplice è duro da fare. E l’unica cosa che può salvare il pianeta, come diceva Holderlin, è la cura dell’uomo. Invece di arrestare questa valanga distruttiva e inarrestabile, si continua a buttare merda dappertutto, a inquinare l’aria, l’acqua e la terra…

Quando si fa un film bisogna dare alle persone il gusto di vivere, dell’aria, del vento, della vita e far sentire che la società del progresso e del consumo, invece di renderci più vivi, ogni giorno ci costringe la vita con il pretesto di fornirci beni di consumo, ma la merda che si compra diventa sempre più merda. Ecco il cinema deve fare qualcosa di diverso dalla merda che si compra al supermercato.

Dare la sensazione che non viviamo nel migliore dei mondi possibili: questo è ciò che cerchiamo di dare con i nostri film.

Se continuiamo a fare film è perchè vogliamo dare la possibilità del gusto di lottare per difendere il nostro pianeta. Questo è il nostro compito: il gusto, il piacere dell’aria, dell’acqua, del vento, del sole, della luce…il gusto di difendere tutto ciò da chi lo vuole distruggere.

http://www.youtube.com/watch?v=k2qbQJ-6baM

VOCE fuori campo di Danile nel film CEZANNE del 1989, dal minuto 1.40 al minuto al 2.38

Il lavoro che dovrebbe fare ogni cineasta è sapere i rapporti reciproci delle distanze che intercorrono tra i personaggi e tra gli oggetti, conoscere i loro rapporti di forza, di classe, di sentimenti. Alla fine può essere questione di centimetri.

Oggi invece i cineasti non sono così. Vogliono mostrarti una cosa ancor prima di averla vista. Hanno la testa e il cuore vuoti. Non sono capaci della benchè minima ribellione, né del minimo amore e sentimento.

Il primo lavoro lo devi fare con te stesso, sulle tue esperienze, sulla tua coscienza. Non hai il diritto di metterti al servizio di una macchina da presa dietro la quale non c’è la minima coscienza.

Nel cinema, contentandosi di opporsi al sistema, si rischia di consolidarlo. Bisognerebbe sopprimere il sistema, come la polizia, le prigioni e gli eserciti, i suoi parassiti e i suoi ruffiani.

Nell’attesa, piuttosto che attaccarci a Venezia o Cannes (non sarebbe meglio portare i festival nei sobborghi e nelle campagne?), rifiutiamo i contratti che ci privano di ogni diritto sui nostri film, impediamo il doppiaggio dei nostri film in tutto il mondo, esigiamo migliori proiezioni e rimaniamo ancorati ai nostri clichés etici ed estetici…”

Vedere i film di Huillet e Straub vuol dire vedere e sentire il mondo per la prima volta. Nei loro film liberano la realtà di tutto ciò che è abitudine, la liberano dalla distrazione del nostro sguardo quotidiano. La realtà reinventata dal piano ci viene offerta in esperienza come fosse la prima volta. La prima vola che vediamo un albero, una collina, che sentiamo il vento e le foglie.

E’ come se non avessimo mai visto e sentito nulla, almeno non con tale intensità.

Ora non vi resta che guardare i loro film…nella speranza che il verde della terra possa tornare di nuovo a brillare.

Posted in radio, rubriche, storie di donne.

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