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Niente, nessuno, in nessun luogo, mai: la morte postuma di Camille Claudel

Dall’approfondimento radiofonico per la rubrica “Donne in arte”.

PARTE PRIMA

Van Gogh […] non si è suicidato in un impeto di pazzia, nel panico di non farcela, ma invece ce l’aveva appena fatta e aveva scoperto chi era quando la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa, lo suicidò. 

(Antonin Artaud, Van Gogh, il suicidato della società)

Questa non è la storia di un suicidio, tecnicamente, ma di una sparizione sociale. E’ la storia di un confino e di un bando; E’ una storia di polizie: discorsiva, clinica, familiare. E’ una storia di borghesia, di fratelli famosi esaltati e bigotti, con la fissa di salvare anime, e sorelle insignificanti e gelose, di madri represse, cattive, anaffettive, e di padri bonhomme ma senza coraggio, ma è soprattutto la storia di un genio, del più grande genio artistico femminile a cavallo tra XIX e XX secolo. Della più grande scultrice di sempre. Questa è la storia di Camille Claudel. Ed è per questo che non è, solamente, una storia triste…

Camille nasce nel 1864 in un piccolo paese dello Champagne, prima di tre fratelli, Louise e Paul.

La madre è una donna austera e rigida, allevata come tutte le donne borghesi dell’epoca, la cui unica preoccupazione è la conservazione del buon nome, il rispetto delle convenzioni sociali, senza cultura, incapace di gesti affettuosi. Il padre, anch’egli borghese e piccolo proprietario terriero, come tutti i maschi della sua classe ha invece ricevuto un’istruzione presso un collegio di gesuiti. Di tutta la famiglia sarà lui solo, fino alla morte, avvenuta nel 1913, a sostenere sempre Camille, pur senza riuscire ad evitarne l’internamento.

L’angusta atmosfera familiare, l’ossessiva parsimonia materna, le cure borghesi, non impediscono a Camille di sviluppare, fin da bambina, una sensibilità e un gusto che coltiverà sempre con testardaggine e volontà inflessibile.

Ha pochi anni quando scopre che le sue mani possono trasformare l’argilla che trova nei dintorni della casa, disegna straordinariamente e ha la fortuna di incontrare un insegnante, assunto dal padre per far lezione ai figli, che le consentirà di accedere ad un’educazione di molto superiore a quella concessa alle donne borghesi. E’ tuttavia destinata a scoprire ben presto che la società dell’epoca considera le donne incapaci di genio artistico: in molte città di provincia infatti esistono scuole femminili statali e gratuite di Belle Arti, ma preparano le allieve ad un lavoro nell’industria o, al più, all’insegnamento. Alle donne, per decenza, è vietato l’accesso ai modelli nudi dal vivo e tuttavia la decenza copre un pregiudizio ben più radicato: l’incapacità femminile di fare della vera arte.

Come scriveva un critico dell’epoca:” Gli artisti fin da piccoli hanno l’abitudine di pensare che un quadro di nudo ben fatto sia la prova della loro competenza. Se possono fare quello, possono fare qualunque cosa. Se non sanno fare quello, non sanno fare nient’altro. La pittura di nudo è l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine dell’arte”.

E’ evidente quindi che vietarne la possibilità alle donne significava consentire loro di diventare artiste a metà, un’arte applicata alla tecnica e alla produzione industriale, per le meno abbienti, un hobby da coltivare nei ritagli della vita familiare per quelle borghesi.

Nella metropoli tuttavia la situazione era di poco migliore, ciò che lo Stato vietava nelle scuole pubbliche era consentito in alcune accademie private, molto costose.

Camille doveva andare a Parigi….era tuttavia impensabile che una ragazza di buona famiglia potesse trasferirvisi sola. La ragazza riuscì a convincere il padre a trasferire tutta la famiglia, e questi, malgrado le preoccupazioni economiche, alla fine cedette. La famiglia Claudel si trasferì a Parigi nel 1881. Qui il fratello Paul si iscrisse al Liceo e Camille all’accademia Colarossi.

Camille aveva 17 anni quando vide per la prima volta Parigi. Non ha lasciato nulla di scritto sulle vive impressioni che quella città di promesse suscitò in lei, perchè a differenza delle donne dell’epoca non teneva un diario, forse perchè alla prescritta coltivazione silenziosa e modesta della propria interiorità ha sempre preferito un’espressività immediata ed impetuosa, certo poco conforme al modello femminile socialmente imposto.

La Parigi degli anni’80 era un cantiere a cielo aperto, a 10 anni dalla caduta dell’Impero e dalla disfatta di Sedan, dopo la straordinaria esperienza della Comune, duramente repressa nel sangue, molti artisti, condannati all’esilio per motivi politici, rientravano nella capitale grazie all’amnistia del 1880, con la quale la Terza Repubblica celebrava la propria grandeur.

Si moltiplicavano gli ateliers, tanto che la pittrice americana Mary Alcott- Nieriker poteva notare:

“Tutta Parigi, a dire il vero, poteva dare l’impressione a chi fosse appena arrivato di essere un unico grande atelier, soprattutto se la vedevi per la prima volta al mattino presto, in estate o in inverno, tra le 7 e le 8, quando gli studenti si affrettavano in tutte le direzioni , con i barattoli di vernice in mano e le tele sotto braccio, per raggiungere i loro corsi”

Ma l’esperienza della Comune era ancora vicina, e rappresentava, per la repubblica borghese, l’avvertimento costante che da quelle strade vocianti, straripanti di folla potevano, a un dato momento, risorgere le barricate. I grandi boulevards progettati 40 anni prima da Haussmann, che, come ricorda Benjamin in Angelus Novus dovevano garantire la città dalla guerra civile, rendendo impossibili le barricate per l’ampiezza delle strade, falliscono, perchè esse risorgono altissime, fino ai primi piani dei palazzi, nella Comune, e “l’incendio di Parigi è la degna conclusione dell’opera devastatrice di Haussmann” e del suo embellissement strategique.

Il controllo della strada perciò, sia nelle trasformazioni urbanistiche, sia nella legislazione che norma la vita all’aria aperta, resta un tarlo fondamentale nella paranoia securitaria della Terza Repubblica. Ne è un piccolo segno, tra gli altri, il divieto assoluto a tutti coloro che non sono in possesso della carta dello studente rilasciata dall’elitaria Ecole Des Beaux Arts, di dipingere en plein air, per strada. E così chi può affitta carrozze e osserva la strada da dentro, disegnando di nascosto.

Per le donne la situazione è certamente migliore che in provincia ma resta durissima: molte accademie private, fiutato l’affare rappresentato da una potenziale clientela femminile borghese desiderosa di apprendere le tecniche della scultura e della pittura e disposta a spendere, consentono loro di iscriversi e di accedere persino ai modelli nudi dal vivo.

Le accademie private, concepite ormai come vere e proprie imprese commerciali, aprono le porte alle donne ma spesso sfruttano il divieto imposto dallo Stato e fanno pagare loro una tariffa doppia di quella proposta agli uomini, che potrebbero scegliere diversamente e rivolgersi alla concorrenza….Dove non vigono le limitazioni statali persistono quindi alte barriere di classe. Sono tuttavia molte le ragazze borghesi che si affrettano ad iscriversi nell’una o nell’altra accademia privata, anche dall’estero, specie le inglesi.

Inoltre, benchè a caro prezzo, l’accesso in un’accademia parigina di belle arti rappresenta per le giovani borghesi allevate in famiglia secondo le rigide consuetudini sociali, uno strumento incredibile di emancipazione, un luogo in cui fare esperienza di relazioni umane più libere ed aperte, certamente inedite.

Come racconta nel suo diario scritto tra il 1877 ed il 1884 l’artista Maria Bashkirtseff:

” In atelier tutto si annullava. Non avevi più un nome, nè famiglia.Non eri più la figlia di qualcuno, eri solo te stessa, un individuo con l’arte davanti e nient’altro”.

Un individuo senza nome e famiglia, davanti solo l’arte…è così che anche Camille dev’essersi sentita quando s’iscrisse all’accademia Colarossi, una buona scuola soprattutto per la scultura ed una delle poche in cui le donne pagavano la stessa quota degli uomini: 40 franchi al mese…

Certo, la possibilità di entrare in accademia non rappresentava ancora un reale riconoscimento del ruolo e delle capacità delle donne….l’ambito Prix de Rome, con il quale lo Stato, ogni anno, premiava un artista pagandogli una commessa, era fuori discussione, per una donna.

Inoltre, anche il rapporto con gli insegnanti – tutti maschi- delle accademie non era certo facile….ancora M. Bashkirtseff:

Questi signori ci disprezzano e sono contenti solo quando trovano una mano forte, persino brutale, perchè questo vizio è molto raro in una donna. E’ il lavoro di un uomo, hanno detto di me. Ha nerbo. E’ crudo”

Una scuola nata e pensata per i maschi certo non può trasformarsi solo attraverso il semplice ingresso delle donne, peraltro introdotto per meri scopi di mercato…e d’altrocanto è comunque negata alle donne quella libertà di vita, nella quotidianità dell’esistenza, che è fonte d’ispirazione primaria per gli artisti….

“Quello che invidio loro è la libertà di passeggiare da soli, di andare e venire, di sedersi su una panchina dei giardini delle Tuileries o del Luxembourg, di fermarsi davanti alle vetrine dei negozi d’arte, entrare nelle chiese, nei musei, di gironzolare la sera per le vie della città vecchia; ecco che cosa invidio, la libertà, perchè senza la libertà non si può essere dei veri artisti”.

Ma la promettente e talentuosa Camille si butta nello studio con determinazione sorda ad ogni difficoltà. Fin da subito mostra predilezione per la scultura e alla Colarossi può giovarsi di ottimi insegnanti, come Alfred Boucher, presto vincitore del primo premio al Salon, nel 1881, che, impressionato dai lavori di Camille decide di sottoporli all’amico e direttore dell’accademia des Beax Arts Paul Dubois. Benchè la ragazza all’epoca non avesse ancora conosciuto Auguste Rodin, l’acclamato scultore, è Dubois, per primo, ad accostare l’arte di Camille a quella del maestro, cominciando così ciò che la critica farà per decenni, tormentando Camille e privandola ingiustamente in quanto artista donna e oltretutto, in seguito, anche amante di Rodin, del giusto riconoscimento individuale, facendone solo l’ombra e l’imitatrice del Grande Uomo.

Ma Camille è ancora ignara di ciò che l’attende, sa solo che ha scelto un’arte sporca, faticosa, difficile, specie per una donna: come dirà il fratello Paul da vecchio, già scrittore cattolico fervente ed oltranzista, quella della sorella rappresentava per lui “una sfida continua al buon senso”.

E certamente la storia, specie quella del XIX secolo, abbonda di aneddoti tragici su artisti poveri in canna, costretti alla miseria per non essersi sottomessi ai canoni dell’epoca e aver sfidato il “buon senso”….

Come racconta Odile Ayral-Clause, autrice di una recente biografia su Camille Claudel,

“il povero Jean Louis Brian, rimasto a corto di denaro, aveva riposto tutte le sue speranze nella sua ultima opera, il Mercurio. Perciò, volendola proteggere dalla temperatura glaciale dell’inverno, le mise sopra la sua unica coperta e morì di freddo accanto ad essa.Il mondo dell’arte ne fu sconvolto e il Salon attribuì una medaglia d’onore postuma al Mercurio, ma non per questo la situazione degli scultori divenne più rosea”

Scolpire era inoltre attività particolarmente costosa, per i materiali, il marmo, il bronzo…

Ma, come sempre, per le donne le difficoltà erano immensamente più grandi: immaginate trasportare per le scale ripide degli atelier i blocchi, gli arnesi del mestiere, tra la polvere e inciampando continuamente nelle lunghe gonne imposte loro per legge! Già perchè le donne che avessero voluto vestirsi da uomo per comodità, dovevano chiedere il permesso nondimeno che al Prefetto di Polizia!

In ogni caso Camille, 20enne, si butta a capofitto nella vita faticosa ed eccitante dell’atelier. Riesce anche ad affittare un proprio studio, insieme a due amiche, una delle quali, Jessie Lipscomb, un’inglese sfuggita alla soffocante atmosfera puritana del proprio paese, rivestirà, nella vita di Camille, un ruolo importantissimo.

I rapporti con la famiglia, con cui vive, non si sono ancora guastati e Camille può anche viaggiare all’estero. Sono anni straordinari per le due giovani artiste, che conoscono insieme un’automia ed una libertà di movimento rarissime, per le donne dell’epoca.

Ma nel 1882 è avvenuto il primo incontro con la figura maschile che cambierà, nel bene e nel male, la vita della scultrice. E’ ancora un’apprendista quando all’accademia Colarossi giunge Auguste Rodin. Lui è già apprezzato e conosciuto ma non è ancora lo scultore più acclamato d’Europa.

Lei ha 20 anni, lui 24 di più, ma sarà lui a perdere completamente la testa per la bellissima e geniale fanciulla dal carattere terribile e dispotico.

Quando lui ottiene dallo Stato il suo primo atelier gratuito – era questo un privilegio ambitissimo dagli artisti generalmente squattrinati, al Depot des Marbres, chiama proprio Camille e Jessie come apprendiste.

Sono le prime apprendiste donne in un luogo che fino ad allora era stato popolato soltanto da maschi. Le due giovani ne sono entusiaste. Poco importa a Camille se la vita dell’apprendista è difficilmente distinguibile da un bieco sfruttamento. A Rodin tagliare il marmo non è mai piaciuto , e appena si fa un nome può permettersi di farlo fare ad altri. Per Camille tuttavia, si tratta anche di una vera fortuna: diventerà la prima donna scultrice abile quanto i colleghi maschi in quest’arte fisicamente molto impegnativa.

Nel frattempo i due intrecciano una relazione molto difficile, non solo per la differenza d’età e il lavoro a stretto contatto ma, soprattutto, perchè Rodin è già impegnato,da molti anni, con Rose Beuret, la compagna dalla quale ha già un figlio, che rifiuterà sempre di riconoscere legalmente.

Rose è una donna completamente diversa da Camille: umile serva del grande scultore, semi-analfabeta e tenuta quasi nascosta da Rodin, che se ne vergogna ma se la tiene accanto quale fidata e docile custode delle sue opere. Rodin è un uomo del suo secolo, un artista abituato ad avere attorno torme di giovani adoranti, un maschilista misogino che teme il fascino femminile come il veleno che potrebbe distrarlo dalla propria arte. Ma quando conosce Camille, così distante dal modello femminile cui era abituato, non può che appassionarsi fatalmente proprio alla sua autonomia di vita e di pensiero. Comincia un sodalizio artistico e sentimentale, tenuto accuratamente nascosto a causa della censura morale dell’epoca che persino dopo la morte dei due artisti stenterà ad essere riconosciuto e raccontato nelle biografie. In queste, per lunghi anni, Camille resta come un fantasma senza nome, e d’altronde si può dire che lo fosse davvero: benchè ancora viva , infatti, rinchiusa nel manicomio di Montdevergues, era stata dichiarata ufficialmente morta nel 1920. Vivrà 20 di più, come sepolta viva, ma per ora la sua carriera artistica è appena agli albori…….

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