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IMU, Intollerabile, Maledetta, Umiliante

…dopo la pubblicazione della lettera di M.R., commessa in una catena di profumerie, abbiamo ricevuto altre mail di amiche, e compagne, che vogliono raccontare la loro esperienza come lavoratrici, nei settori più diversi e non necessariamente da precarie… infatti abbiamo notato come non sia solo il tipo di contratto a porsi come primo e immediato indicatore dello sfruttamento sul posto di lavoro, ma anche le condizioni generali e l’atmosfera che vi si respira…emblematica in questo senso la testimonianza che pubblichiamo a seguire, in cui è soprattutto il “cosa si fa”  ad essere drammaticamente importante…

L’anziana coppia che è appena uscita mi ha suggerito, inconsapevolmente, il titolo per questo mio contributo.

Infatti, dopo aver calcolato loro l’importo della seconda rata dell’IMU, pari a metà delle loro due pensioni mensili sommate, la signora mi ha chiesto se la “U” stesse per umiliazione, perché è così che si sentono, umiliati, dopo una vita spesa a faticare in una città diversa da quella in cui sono nati e pochi risparmi che oggi servono ad aiutare figli e nipoti.

Potrei magari raccontarvi del mio titolare, che sentendo un cliente gridare – qui o si urla o si piange, in questi giorni – è uscito dal suo studio, ha guardato il suo F24 e ha esclamato “ma almeno un figlio, uno!, non lo potevate fare, ché ci sono 50 euro di detrazione?”

O potrei scrivere della giovane mamma che vive in una casa popolare e ancora non si rassegna al fatto di dover pagare perché la considera un’ingiustizia e basta, senza tanti giri di parole.

Ancora potrei andare avanti e dirvi del dirigente in pensione che abita in centro e paga meno di 80 euro, entrato subito prima di un’impiegata che sta in un altro quartiere e paga quasi 500… forse le cifre rendono meglio l’idea del massacro sociale che si sta realizzando nel modo più odioso, su un bene primario come la casa, nel silenzio dei più e sempre sulla pelle dei soliti noti.

Un governo tecnico ha elaborato un dedalo di aliquote, codici e moltiplicatori in cui è facile perdersi e nel quale il calcolo automatico degli importi offerto da vari siti, studi e centri contabili viene quasi accolto come il proverbiale e salvifico filo di Arianna… fatto è che presi dall’ansia di trovare una via d’uscita – paghiamo una buona volta e non pensiamoci più –  non ci si ferma ad approfondire, a guardare due volte quelle lettere e quei numeri che definiscono l’immobile in cui abitiamo e che ci è costato tanti sacrifici, naturalmente precisando che prima di noi si sarebbe dovuto opporre chi avrebbe dovuto denunciare l’infamia dell’ennesimo provvedimento classista e invece si è docilmente arreso di fronte allo spettro del famigerato baratro in cui saremmo sprofondati tutti.

E quindi… Monti, come peraltro previsto dal decreto Salva Italia, si è ben guardato dall’ annunciare pubblicamente e a televisioni unificate, magari ospite di Bruno Vespa, che è in programma una revisione generale delle rendite catastali tenendo conto del reale valore patrimoniale dell’immobile, e naturalmente non lo ha fatto perché la questione riguarda soprattutto determinate aree urbane, i centri storici, che sono nei decenni cambiati in modo radicale sia per quanto riguarda il tipo di popolazione sia per quanto riguarda il contesto commerciale culturale ed economico di quelle aree, e determinati fabbricati, per esempio i rurali che tali non sono – vi fa venire in mente qualcosa? Si comincia a capire quale tipo di proprietari e di interessi si andrebbero a infastidire? – e non lo ha fatto anche perché avrebbe pure dovuto anticipare che si passerà dal calcolo dei vani a quello dei metri quadri e che tutte le tasse future, Tarsu in primis, saranno legate, a questo nuovo sistema di valutazione … per cui Monti e il suo stuolo di tecnici hanno semplicemente cambiato il moltiplicatore per il calcolo del valore da100 a160 per tutti, già un bel salto, e poi ha delegato il lavoro “sporco” ai comuni, sia per controlli e verifiche, sia per la determinazione delle aliquote, generando, a cascata, incongruenze e sperequazioni gravissime che si rovesciano su chi possiede case normali, in quartieri normali.

La rivalutazione ce la siamo fatta da noi, in automatico, senza nemmeno capirlo a fondo.

Un’abitazione di tipo signorile ha lo stesso moltiplicatore ai fini Imu di una abitazione di categoria ultrapopolare, un villino come una casa di tipo economico, uno studio professionale invece ha un moltiplicatore pari a 80, un negozio di 55, ma una scuola moltiplica per 140, così come un museo o una biblioteca… e certo vi è la percentuale di aggiornamento dei valori e le rendite di partenza sono diverse e ci sono le detrazioni e le esenzioni, ma il fatto è che questo è un sistema classista nella sostanza, non riconoscendo la differenza tra 3 vani in centro e 3 vani in periferia, tra chi si è fatto un piccolo bagno e chi ha aperto un abbaino con terrazzo in un palazzo del 1800 e non fa distinzioni perché ha un unico obiettivo, a livello locale e nazionale: fare cassa, disperatamente cassa e subito… non c’è tempo di cambiare, riformare, secondo criteri di proporzione ed equità.

E le famose aliquote, quelle che l’80% dei comuni ha deciso di aumentare in previsione della scadenza del 17 dicembre?

“… lei moltiplica soltanto e non sottrae mai!” mi ha detto una signora ieri.

E già, le aliquote sono uguali per tutti, Robin Hood all’incontrario, il nostro sindaco: considerato che l’aliquota dello 0.575% va interamente al comune di Torino, secondo i dati il capoluogo più indebitato d’Italia, tanto vale applicarla indifferentemente che si tratti di una casa popolare o di un alloggio in cui non abita nessuno.

In conclusione, vorrei condividere sul blog qualche riflessione basandomi su quanto visto in questi mesi di lavoro: ‘sta IMU è specchio fedele degli anni che stiamo vivendo, disegna la composizione sociale ed economica dei nostri territori e svela molto dei conflitti, nonché dei possibili terreni di pratica resistente che covano sotto la cenere mentre mettiamo mano al portafogli: una nazione di figli unici, con lavori precari, che eredita case di proprietà da nonni e genitori, come potrà conciliare il proprio reddito con le imposte che dovrà pagare? E, in questa situazione, a chi mai si potrà vendere il famoso bene rifugio tramutatosi ormai in un pesantissimo macigno da sostenere? Assisteremo senza fiatare alla trasformazione di casa, sanità, istruzione da diritti fondamentali dei cittadini e delle cittadine a riserva di caccia per salvare chi continua a parlare di crisi e non di fallimento organico di un intero sistema?

Non sarà che la strada da percorrere, pur con tutte le difficoltà e i dubbi, è quella indicata da chi si oppone fisicamente e collettivamente agli sfratti, da chi dice chiaramente che l’intera politica immobiliare e delle costruzioni è sinonimo di speculazione e cementificazione, da chi si riprende un tetto per poter studiare e vivere?

Un saluto, C.A.

Ps: con il 17 dicembre naturalmente il mio contratto termina!

Posted in crisi/debito, precarietà, storie di donne.

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