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Monopolio statale della violenza

Quanto segue è la sbobinatura dell’intervento realizzato da Nicoletta Poidimani durante la trasmissione radiofonica a cura del Collettivo Medea del 18 ottobre scorso. In quella data siamo state ospiti degli studi di Radio Blackout per seguire l’apertura del processo per stupro che si svolgeva a L’Aquila a carico di Francesco Tuccia.

Buona lettura!

Vorrei subito chiarire che secondo me non siamo molto “in pace”, nel senso che l’attuale militarizzazione del territorio italiano ci dimostra che la guerra ce l’abbiamo in casa, non è altrove. Da questo punto di vista condivido il testo del volantino delle compagne di Bologna – che immagino leggerete più tardi – dove si parla del rimando tra territorio italiano e territori diciamo “esteri” di guerra. Questo per me è importante sottolinearlo perché ci fa entrare direttamente nella questione del monopolio statale della violenza e anche sul rischio, gravissimo, che si cela dietro una posizione che sostiene la non-violenza a tutti i costi.
Ma parto dall’inizio.
Innanzitutto ricordiamo che è dalla sua nascita che lo stato moderno detiene il monopolio legale della violenza, e questo monopolio ha come corollari la stigmatizzazione e la criminalizzazione della rabbia. Termini come “ordine” o “sicurezza”, che negli ultimi anni sono ritornati sempre più frequentemente, vengono utilizzati per indurre le popolazioni a sentirsi delle potenziali vittime e a delegare quindi la propria incolumità a un’entità superiore che è lo stato.

Lo stato decide cosa è bene e cosa è male per le popolazioni, e quindi il monopolio legale della violenza implica anche il monopolio statale dell’etica, cioè implica lo stato etico e questo già dovrebbe essere un punto che ci fa riflettere: lo stato “democratico”, da questo punto di vista, non si differenzia in nulla da una dittatura.
Questo discorso sulla sicurezza serve ad alimentare la paura e a generare un bisogno di sicurezza di cui lo stato si fa l’unico garante. È una strategia paternalista: ti nego la libertà per il bene tuo e dell’intera comunità.
Laddove questo tipo di persuasione non funziona, lo stato agisce con metodi autoritari.

Se ragioniamo su di noi come donne, vediamo che le leggi che dovrebbero tutelarci in realtà sono leggi che ci infantilizzano e ci vittimizzano in quanto donne; queste leggi sono il prodotto di una cultura sessista e a loro volta alimentano questa cultura sessista.
Il dispositivo ideologico che sta dietro a queste leggi e che ci infantilizza non dà forza alle donne ma a chi incarna questa protezione, quindi ancora una volta allo stato e ai suoi operatori in divisa.
In realtà noi veniamo indebolite dalle leggi che ci dovrebbero tutelare e questo per me genera un grosso interrogativo sulle denuncia legale delle violenze sessuali.
Infatti sappiamo che oggi, in questo processo che si apre all’Aquila, c’è il rischio che la vera processata sia questa giovane donne contro cui è stata agita questa violenza terrificante.

Anche perché non dimentichiamo che cosa sono i tribunali e tutto l’apparato giuridico. L’apparato giuridico – dico una banalità ma ogni tanto serve anche ricordare queste cose per non essere ingenue! – non è neutro ma è espressione della classe dominante, del genere dominante e del gruppo etnico dominante e ne tutela gli interessi e i profitti.
E allora è chiaro che per esempio autodeterminazione e autodifesa, che per noi compagne femministe radicali sono due punti fondamentali, sono incompatibili sia con l’apparato giuridico sia con tutti i processi di delega istituzionale, proprio perché le istituzioni sono espressione di questo dominio capitalistico e patriarcale.
Questo dominio infantilizza e vieta l’espressione della rabbia, ma la rabbia è appunto una reazione opposta alla vittimizzazione di sé, perché rompe con la logica passivizzante del percepirsi come vittima. Ecco che allora qui vediamo la pericolosità del discorso sulla non-violenza, portato avanti anche da alcune femministe che io chiamo “per bene”: di fronte a questo quadro parlare di non-violenza significa farsi complici dell’autoritarismo e del monopolio statale e patriarcale sia della violenza sia dell’etica.

Faccio un esempio: quando una donna uccide il marito che la massacra da anni o una donna si ribella a un tentativo di violenza sessuale e fa del male al violentatore, non le viene fornita alcuna giustificazione. Anzi, la si punisce per non aver delegato allo stato la propria difesa e la si condanna come assassina.
Le donne dovrebbero prima farsi ammazzare o farsi violentare e poi ci pensa lo stato a fare i conti con l’autore della violenza sessuale o del femminicidio e su questo io penso che noi come compagne dobbiamo fare una profonda riflessione perché ci troviamo ancora un po’ sguarnite di strumenti.

Tutte le donne che fino ad oggi hanno reagito alla violenza si sono trovate incarcerate e isolate. Io credo che di fronte a una donna che reagisce con forza al suo persecutore, al suo molestatore, al suo violentatore, la prima cosa da fare sarebbe cercare di metterci in contatto con lei, naturalmente con il massimo rispetto e senza invadenza, offrendole sostegno e presenziando alle udienze che la vedono come imputata.
Non dovremmo presenziare solo ai processi per stupro; credo che bisognerebbe presenziare con un discorso forte su autodifesa e autodeterminazione anche quando vengono processate le donne che reagiscono.

Questo monopolio statale della violenza aggiunge un di più all’arroganza criminale degli uomini in divisa. Rispetto alla violenza contro le donne noi parliamo di violenza maschile contro le donne, ma quando abbiamo a che fare con uomini in divisa, c’è questo “di più” di arroganza criminale legittimata dallo stato.
E non è un caso che, ad esempio, se andiamo a vedere i rapporti sui femminicidi, la gran parte degli uomini che uccidono le donne è composta da uomini che per lavoro detengono un’arma.

Un esempio fa vedere con chiarezza i paradossi istituzionali: nel 2006, un militare statunitense che si trovava alla base di Ederle a Vicenza di ritorno dall’Iraq, stupra e massacra una donna nigeriana abbandonandola poi nuda, massacrata e ammanettata per strada; in sede processuale a questo militare americano verrà riconosciuta come attenuante lo “stress da guerra”.
Se noi andiamo a vedere, lo “stress da guerra” – quello che si chiama “disturbo post traumatico da stress” o “nevrosi di guerra” – in realtà riguarda le vittime delle violenze e non i carnefici. Eppure definendolo come “nevrosi di guerra” viene considerato come l’effetto sulla vita del “povero” militare che tali e tante cose ha visto nel teatro di guerra da aver perso completamente le coordinate.
Le attenuanti riconosciute a questo militare furono appunto lo “stress psicologico prolungato e la ridotta importanza data alla vita umana conseguenti all’anno trascorso sul fronte di guerra”.
Quindi la guerra diventa un’attenuante.

Di fronte a un processo come quello che si apre oggi all’Aquila, se noi ragioniamo sul fatto di avere la guerra in casa con la militarizzazione dei territori già vediamo cosa si prospetta, quale sarà il proseguimento di questo processo da cui, naturalmente, ancora una volta non ci aspettiamo nulla.

Questo “stress da guerra”, questa condizione, questa “nevrosi da guerra” in realtà, se andiamo a scavare, è l’equivalente di ciò che troviamo nei casi di femminicidio – diciamo – “civile”, cioè non da parte di uomini in divisa. Questo viene sempre spiegato con il “raptus” e pare che gli uomini “soffrano” di questi raptus: hanno il raptus e allora ammazzano le donne, le massacrano, siano queste le loro mogli, compagne, ex compagne, conoscenti o anche delle donne sconosciute.
Quindi c’è già in sé una giustificazione, una giustificazione che, come voi giustamente rilevavate prima, passa anche attraverso il linguaggio massmediatico.

Avete nominato questo ultimo caso di Como, ultimo perché emerso – chiariamoci: tutta questa lista che era stata raccolta da Noinonsiamocomplici e che voi state leggendo raccoglie i casi emersi, cioè i pochi casi finiti in tribunale; ma c’è una quotidianità di queste violenze, nei territori militarizzati in particolare ma in generale anche nei territori in cui il pacchetto sicurezza ha fatto sì che ci fossero pattugliamenti, controlli antiprostituzione eccetera; infatti le prostitute straniere sono messe pericolosamente a rischio sulle strade, non tanto e non solo da parte dei clienti e degli sfruttatori, ma anche da parte di chi fa questi controlli, proprio perché sono frequentissimi i ricatti sessuali nei confronti di chi vive in condizione di clandestinità.

Allora ecco che, per esempio, è terrificante che nel caso di Como – in cui un uomo di quarant’anni più grande di questa ragazzina, dopo averla ingannata in chat spacciandosi per un ventenne per poi presentarsi come il padre di questo ventenne – il quotidiano «Il Giorno» parli di “camporella”.
La camporella a noi cosa evoca? Evoca proprio la scoperta del sesso quando si è adolescenti, quando ci si “imbosca”, un momento di approccio giocoso, quando si comincia a sperimentare la sessualità… In sostanza, vengono usati dei termini proprio per edulcorare qualcosa che invece è terrificante, e io credo che su questo ci sia, da parte di chi scrive questi articoli, una complicità criminale con gli stupratori.

Vorrei poi rilevare un’ulteriore questione: come compagne, da anni – in particolare dal 2007 quando hanno voluto far passare il “pacchetto sicurezza” in nome proprio della sicurezza delle donne dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani – stiamo denunciando le violenze degli uomini in divisa dicendo che non è quella la nostra sicurezza ma che la nostra sicurezza ce la dobbiamo autodeterminare e stiamo anche nominando le violenze all’interno dei Cie.
Ma se ci pensiamo, quando cercarono di far passare il “pacchetto sicurezza” col discorso della sicurezza delle donne, in realtà in quel “pacchetto” non c’era nessuna norma che riconoscesse mezza attenuante alla donna che reagisce alla violenza. Quindi, non solo si voleva far passare la militarizzazione del territorio italiano sulla nostra pelle, ma addirittura cancellandoci completamente, riducendoci proprio a delle larve che hanno bisogno di essere difese da altri e questi altri appunto li abbiamo visti all’Aquila e li abbiamo visti da tante altre parti in questa litania di casi di stupro emersi sui giornali e venuti quindi alla ribalta.

Il 5 novembre si apre, a Bologna, un processo contro alcune compagne accusate di “Vilipendio al prestigio e al decoro della polizia di stato nel suo complesso” per aver esposto uno striscione in cui si diceva “Nei centri di espulsione la polizia stupra”, e un altro striscione con su scritto “La questura deporta chi denuncia gli stupri”.
È curiosa questa cosa, perché questo processo nasce da indagini fatte dalla Digos di Bologna, e proprio la questura di Bologna è venuta recentemente alla ribalta per vari casi di violenze e di ricatti sessuali nei confronti in particolare delle donne migranti.
Vedremo dunque come va questo processo, perché se passa questa logica è pericoloso: questo processo significa che non si può parlare degli stupri in divisa. Ed ecco perché, naturalmente, non possiamo delegare ai tribunali: perché sono poi gli stessi tribunali che ci processano per queste cose.

Ricordo, tra l’altro, che per lo striscione “Nei centri di espulsione la polizia stupra” a Milano, il 25 novembre del 2009, le compagne vennero pesantemente caricate e massacrate di botte: quella verità non doveva emergere – anche se poi, in realtà, da lì a breve questa verità ha fatto sì che venisse chiusa la sezione femminile del lager di via Corelli, del Cie di via Corelli, quindi evidentemente la situazione era diventata ingestibile.
Fatto sta che gli ispettori capo che sono stati portati a processo per botte, violenze e stupri sono poi stati tutti assolti; quindi ancora una volta, sostanzialmente, lo stato si autoassolve.

Per ragionare – lo do come spunto, ma ci dobbiamo lavorare ancora tantissimo come compagne – su questioni legate al monopolio statale della violenza e a come noi ci possiamo autotutelare, direi che è fondamentale ridefinire il concetto di autodeterminazione nei termini di rabbia e di ribellione. Dobbiamo recuperare con forza questi due termini, perché se non portiamo avanti la nostra rabbia e la nostra ribellione ci ritroveremo sempre indebolite da uno stato che ci vuole tutelare e anche da femministe “per bene” che ci dicono che è giusto che lo stato ci tuteli.

Faccio un ultimo esempio: ho letto ieri un comunicato dell’Udi di Napoli nel quale si faceva notare la coincidenza tra l’inizio del processo di oggi all’Aquila e il fatto che domani ci sarà una sentenza per femminicidio a Napoli; questo comunicato in qualche modo ancora una volta chiede che i giudici non garantiscano più l’impunità di queste persone.
Ma io cosa vado a chiedere ai giudici?! Questo è un interrogativo importante. Se continuiamo a ricadere in questa logica della delega non ne usciremo più, saremo sempre e rimarremo sempre complici di questo monopolio statale della violenza, perché anche l’apparato giuridico è uno degli apparati istituzionali dello stato che detiene questo monopolio.

Avete citato il caso delle Ribelli di Corelli che hanno portato a processo l’ispettore; nel caso di quel processo le motivazioni dell’assoluzione dell’ispettore capo furono il fatto che lei non fosse attendibile in quanto immigrata che mirava ad avere un permesso di soggiorno.
La stessa cosa è valsa in Cassazione per l’assoluzione dell’altro ispettore capo, il famoso “affittacamere” che, inizialmente accusato di aver violentato una trans, viene poi assolto perché secondo i giudici in realtà questa trans voleva il permesso di soggiorno.
Quindi ci troviamo di fronte a delle cose così terrificanti…

Tra l’altro, pensiamo al paradosso: il caso delle ragazze nigeriane che denunciarono l’ispettore di via Corelli per violenza sessuale – non si trattava di molestie, era proprio saltato addosso a una mentre dormiva incominciando a palparla e questo è violenza sessuale – avviene dopo l’approvazione del “pacchetto sicurezza” che prolunga i tempi della detenzione nei Cie fino a sei mesi. Ebbene, scoppiano delle rivolte in tutti i Cie e queste donne vengono processate per aver partecipato ad una rivolta e proprio in sede processuale emerge questa storia della violenza sessuale. Ma che cosa c’è di più normale di una donna che si ribella alla violenza maschile così come si ribella alla violenza della detenzione in un lager per immigrati? Eppure a questa donna è stata completamente tolta la voce.

Questi sono tutti elementi che come compagne dobbiamo riprendere per fare una riflessione seria e non ritrovarci sempre solo sotto i tribunali a presidiare i processi per stupro – cosa giustissima e che va fatta, ma che però non risolve il problema. Come dire: arriviamo a cose fatte.
In qualche modo, invece, noi dovremmo incominciare a ragionare in termini di prevenzione a partire proprio da quelli che per noi come femministe sono due principi fondamentali: autodifesa e autodeterminazione.

Posted in antimilitarismi, migranti, no cie, processo l'aquila, ReFe, storie di donne, violenza di genere.


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