Skip to content


Dipendenze diffuse

Una riflessione tratta dalla mailing list di MeDeA.

Transitando dal particolare al generale, sono schiantata dalla quantità e qualità del disagio umano, relazionale, affettivo e sessuale palpabile in questo scorcio di secolo, davvero. Sono sempre convinta che, al di là dei casi individuali, e della congerie di fatti biografici che li ha posti in essere, la matrice del disagio sia di carattere sociale, e, infine, profondamente, politica.
C’è qualcosa in comune, qualcosa che tiene insieme le dipendenze affettive – che forse o anzi, sicuramente sono oggi molto più numerose e consistenti, microdiffuse, di altre dipendenze, la precarietà sociale e valoriale, le trasformazioni del capitalismo finanziario. Una sorta di fantasmagoria, una declinazione paranoide e ossessiva, all’ennesima potenza delle dinamiche sottilmente criticate da Marx sotto il nome di feticismo, e segnatamente di “feticismo della merce”. La trasformazione del feticcio – che ha ancora ancoraggi alla dimensione materiale – in fantasma, fantasma dell’essere, del lavoro, disperso e polverizzato nei contratti, aleatori, e dalla sua ricerca,  ormai mera rappresentazione, acting out, parola da spendersi nelle agenzie interinali alla ricerca di un reclutamento, ridotto a formule pseudo-psicologiche studiate su manuali di recruiting e HR. Gente che scrive ad altra gente, secondo formule, ed entra nella dimensione di un’attesa in indefinitum, senza risposte.

Fantasma della merce – che da tempo ormai non è più ciò cui fanno il segno i valori e gli indici della borsa. Fantasma dell’amore e dell’Altro, del quale non si è capaci di sostenere l’assenza necessaria, in quanto tale, in quanto Altro, ma è sempre presenza del fantasma della madre che non c’è, del padre inadeguato, del lavoro che non c’è, delle frustrazioni sociali.
Più lavoro con i “matti certificati”, e fin da bambini, più mi accorgo, al di là di scontate riflessioni anti-psichiatriche o descolarizzanti, di quanto invece sia la normalità non certificata ad essere la punta avanzata, il sintomo più maturo ed attuale delle trasformazioni sociali in atto, e, giusta Foucault, se la follia è uno degli indicatori delle rotture epistemologiche, delle fratture epocali, delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche, per come si manifesta e per come è percepita e recepita,
allora è anche a questa follia microdiffusa, quotidiana, che bisogna guardare per capire di più quelle trasformazioni.
E questa follia quotidiana, non certificata, è una follia cui manca completamente la dimensione della trascendenza. Se la follia o la malattia non è necessariamente breakdown, crollo, ma potrebbe anche essere breakthrough, apertura, beh, questo disagio strisciante perde ogni possibilità di essere apertura, apertura alla collettività, alla sperimentazione come forma superna di terapia.
E’ l’esito della divisione sociale – e dell’Edipo come sua auto-narrazione ideologica – della cesura che separa il sociale e lo trasforma in privato e che contiene tutte le separazioni di cui siamo oggetto, e tutte le trasformazioni ulteriori di queste separazioni, la merce dai mercati finanziari, il salario dal danaro, perchè il primo conserva un’esistenza concettuale ma non è più remunerato dal danaro, il sesso dai corpi, bramati come fantasmi, o blanditi in forma oggettualizzata, consumati nemmeno più come merce ma come simulacri della merce, smaterializzati nei social network compulsivi.
E da ultimo, sullo sfondo, cupa la riduzione del desiderio da potenza realmente produttiva a fantasma.
Tutto va nella stessa direzione, in fretta, sempre più in fretta.
Oggi Don Giovanni non potrebbe nascere, non potrebbe essere, e nemmeno il suo tipo umano opposto e complementare, Casanova, il distruttore e il talent scout dei talenti femminili.
Oggi Don Giovanni perseguita ossessivo e Casanova scopa con le immagini delle sue amiche virtuali .
Clic.
Non avete mai, amiche, la tentazione o la percezione di sentirvi antiquate?
Di un’altra epoca, età, non necessariamente migliore ma differente?
Eppure resto convinta che l’altra alternativa, il breakthrough, l’apertura, sia l’unica salvezza, e l’ultima parola della rivoluzione.

Posted in anticapitalismo, antipsichiatria, crisi/debito, pensatoio, personale/politico, precarietà.


No Responses (yet)

Stay in touch with the conversation, subscribe to the RSS feed for comments on this post.



Some HTML is OK

or, reply to this post via trackback.