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LA MINISTRA ROTTENMEIER E LE DONNE

“Non voglio raggiungere l’immortalità con il mio lavoro. Voglio arrivarci non morendo”
W. Allen

Sorprendente davvero la frase con la quale, intervistata da Rai Radio 1 nell’ambito del programma Prima di Tutto (fonte: Ansa, 1 giugno 2012, ndr) la ministra Fornero, all’indomani dell’approvazione in Senato del DDL 3249 “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, ha espresso il suo rammarico circa l’impossibilità di introdurre nel testo della contro- riforma interventi strutturali mirati all’occupazione femminile, non inseriti, secondo quanto dichiarato, a causa della carenza delle risorse finanziarie…

Da qualche anno, per lo meno dal maggio 2009, vale a dire dalla presentazione del Libro Bianco dell’allora ministro del Welfare Maurizio Sacconi, passando per il Collegato Lavoro e fino ad arrivare al provvedimento Salva Italia, ci eravamo abituate a considerare il tema del lavoro extra domestico delle donne alla stregua di un eroe o una divinità di omerica tradizione: mai lavoro e basta ma lavoro ineluttabilmente associato ad una serie di aggettivi, precisazioni, attributi e distinguo.

Il lavoro delle donne è stato infatti declinato, di volta in volta, come scorrevole, flessibile, conciliabile, parziale, mobile e pure telefonico (copyright Piero Fassino, sindaco di Torino, 4 marzo 2012, ndr) fino ad arrivare, secondo quanto comunicato da Elsa Fornero, sottolineiamone l’importanza con forza, ad essere indicato, in ultimo, come oggetto vincolato a finanziamento, e quindi imprescindibilmente legato ad esigenze di copertura economica…

Se proviamo, a questo punto, a ragionare a contrario,  ecco che alcuni nodi risultano finalmente chiari, in tre passaggi chiave proprio a partire dalla frase pronunciata dalla ministra: primo, il problema della disoccupazione femminile – fuori casa – è un problema strutturale del capitalismo occidentale, strutturale perché necessario, strettamente intrecciato com’è alle sorti di un Welfare pubblico in dissoluzione; secondo, l’occupazione femminile, necessitando di interventi di tipo economico ad hoc, rappresenta un terreno di azione a parte, si direbbe accessorio o comunque secondario; terzo, in conclusione, la riforma/ contro riforma del mercato del lavoro non ha un valore erga omnes, ossia per tutti i lavoratori e per tutte le lavoratrici, ma si esprime per competenze di segregazione, almeno tre: genere, età, territorio.

Proviamo allora a coordinare tra loro e appunto per genere, età e territorio i dati di cui si dispone in materia di lavoro e occupazione, prima di tutto ricordando e premettendo due elementi determinanti ma che nessuno, ben consapevolmente, ha interesse a chiarire in modo definitivo quando riferisce, e usa, i dati Istat: in primo luogo, che andrebbe considerato il tasso di occupazione, l’unico che rileva quanta occupazione si crea davvero in uno stato e quanti uomini/donne lavorano e non quello di disoccupazione, che, non comprendendo gli inattivi – cioè chi non cerca più lavoro, 16,8%  dell’intera forza lavoro femminile – tende ad una sottostima netta della realtà; in secondo luogo, che andrebbe spiegato come vengono effettuate le rilevazioni, ossia attraverso interviste telefoniche anonime in cui gli operatori Istat si limitano a chiedere se si ha un’occupazione e se nella settimana di riferimento si sia lavorato almeno un’ora, senza indagare sulle forme contrattuali e annoverando tra gli occupati anche chi, eventualmente, dichiari di lavorare sì, ma in nero!, in questo caso gonfiando invece le cifre.

Ciò premesso…

… che riforma è, se si rivolge a una forza lavoro che esclude per genere, dal momento che le donne italiane che lavorano sono meno della metà del totale, senza contare le cosiddette inattive e tutte quelle che, oltre un quarto del totale delle occupate, impiegate soprattutto con contratti a progetto o di collaborazione, abbandonano con la nascita del primo figlio?

… che riforma è, se si rivolge a una forza lavoro che esclude per genere e per territorio, dato che, in sostanza, il tasso di disoccupazione formale delle donne meridionali è doppio rispetto alla media nazionale, per una disoccupazione femminile effettiva che triplica a fronte di un esercito di scoraggiate e di uno sparuto drappello di occupate, circa 3 su dieci del totale?

… che riforma è, se si rivolge a una forza lavoro che esclude per genere, per territorio e per età, visto che per le giovani donne del Mezzogiorno, 15- 24 anni, il tasso di disoccupazione supera il 50%, per cui di fatto oltre la metà delle ragazze del Sud, che parteciperebbero attivamente al mercato del lavoro, è senza occupazione?

Se non bastasse, si aggiunga un’ulteriore riflessione, che riguarda i settori di occupazione cosiddetti a vocazione femminile, che vedono impiegate, in media, due donne su tre, ossia sanità, insegnamento, pubblica amministrazione, assistenza, in una parola, i servizi pubblici: la ministra Fornero il 25 maggio scorso ha dichiarato di avere come obiettivo l’allineamento pubblico/privato per quanto riguarda le nuove regole del mercato del lavoro… continuando il ragionamento a contrario, quindi, si può provocatoriamente concludere che la contro riforma del lavoro ha un bersaglio specifico, in sostanza costituito dai lavoratori del centro nord, generalmente uomini, in età adulta, tendenzialmente impiegati in quello che è rimasto dell’Italia industriale… e allora sì che diventa tutto più chiaro… il bersaglio sono quelli che, simbolicamente se non proprio anagraficamente, hanno lottano, in forme diverse, in tempi diversi, in territori diversi e magari anche con obiettivi diversi, ma hanno lottato. Fiat, Fincantieri, Nardi, De Tomaso, Agila, Mivar, Ilva, Jabil ex Nokia, Deca, Indesit, Magona e l’elenco potrebbe continuare. Appare lampante, a questo punto, la centralità dell’art. 18 e l’accanimento alla sua demolizione: si tratta di piegare a schiavitù, con la paura, con l’instabilità, con l’insicurezza che si insinua tra braccia e coscienza, un intero gruppo sociale, culturale, economico e…di classe.  Si porta così a compimento la legge Biagi, nonché le direttive del Fondo Monetario Internazionale: prima  giovani precari, poi facilmente licenziabili, di nuovo maturi precari, poi cinquantenni esodati o in cassa o in mobilità o direttamente disoccupati, infine spremuti al traguardo di una pensione indegna: dentro e fuori, fuori e dentro… come le donne!

Eccola la femminilizzazione del lavoro.

 E a noi, a noi donne, cosa resta?

Resta quanto dichiarato dalla stessa ministra Fornero a proposito degli unici interventi che ha potuto introdurre nel DDL approvato in Senato ( seconda parte della frase pronunciata nel corso intervista citata all’inizio, ndr), vale a dire minimi strumenti di conciliazione: ancora nel solco del Libro Bianco – e stupisce che Sacconi non l’abbia voluto votare, questo testo rappresenta la filiazione diretta del suo documento! – il tempo di vita delle donne è ineluttabilmente tempo diviso in due, tra lavoro extra domestico, fino alla vecchiaia, finché si regge, e lavoro in casa, lavoro di cura… quest’ultimo sempre, giovani e no, e fino alla fine, perché si è donne.

Posted in anticapitalismo, crisi/debito, femminismi, LibroBiancoSacconi, precarietà.

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4 Responses

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  1. luigi says

    il punto centrale secondo me sta in quella che voi chiamate provocazione, ma che fotografa la realtà della fabbrica in Italia: è la resa dei conti finale. E’ vero che operai e operaie sono sempre stati fianco a fianco nelle lotte, ma è altrettanto vero che stiamo parlando di settori in cui storicamente l’occupazione femminile è minore… quindi, per esperienza anche diretta, mi sembra corretto dire che si sta facendo fuori una classe di lavoratori adulti, per la maggior parte uomini, per la maggior parte del centro nord. del resto la fiat, per cui ho lavorato, ne è l’esempio principe. lo stesso sindacato, che conosco bene, ricalca questa impostazione sia nei suoi leader sia nel tipo di attività, tranne rare eccezioni: maschi/le, del centro nord e non giovanissimi. a noi ci fa fuori Marchionne, a voi la Chiesa.

  2. anna says

    alla citazione di W. Allen aggiungerei che a noi ci vogliono far morire lavorando. io sto nel commercio e vi assicuro che è massacrante. altro che conciliazione, provate a lavorare più di 40 giorni di fila come facciamo noi a cavallo tra dicembre e gennaio.

  3. elisa sgobba says

    proprio giusto l’accostamento: questa ci bacchetta e ci fa la lezioncina… poi non ci sono i soldi… ridicolo… ma quello che si cela dietro le sue frasi fa paura…

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