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Città del Messico, nel carcere delle donne

Di Cathy Fourez – Le Monde Diplomatique

Inaugurato il 29 marzo 2004, il centro di reinserimento sociale per donne di Santa Martha Acactitla sorge nell’omonimo quartiere, vicino alla delegaciòn di Iztapalapa, la zona più povera e violenta della capitale messicana. L’istituto, al tempo stesso casa circondariale e penitenziario, possiede una struttura capace di ospitare circa milleseicento detenute.

La sua struttura fortificata di forma ottagonale si ispira al progetto panottico del filosofo utilitarista Jeremy Bentham, concepito nel 1791. Mosso dall’interno di massimizzare i benefici riducendo al minimo i costi, egli aveva immaginato un tipo di architettura che permettesse il controllo permanente degli edifici da una torre centrale. Infatti, Santa Martha Acactitla si sviluppa, nella sua circonferenza, in corridoi a spirale inquadrati da pareti a giorno: le prigioniere subiscono una costante e ininterrotta pressione panottica. Non sanno se in un dato momento sono osservate ma devono essere certe di essere spiate. Allo stesso tempo, questo sistema “spionistico” espone ogni internata allo sguardo delle altre, senza che chi osserva sia visto. Di conseguenza si è stabilito un territorio disciplinare, che Michel Foucault definisce “il punto di applicazione del castigo”.

Qualunque sia il tragitto seguito, si và a finire in una cartografia dell’identico. I corridoi offrono una profondità illusoria, grazie alle scanalature verticali che spezzano le pareti in cemento, attraverso cui si distinguono le celle, modesti campi da basket e i cortili circolari. I corridoi, che si estendono in una successione di curve e zig-zag, frenano automaticamente l’andatura, danno le vertigini, hanno l’effetto di un narcotico su ogni forma di spostamento. Un meccanismo ortopedico rigido uniforma la motricità delle prigioniere e reprime i temperamenti turbolenti e impulsivi. Tra queste arterie si inseriscono le voci rinchiuse. In prigione, il timbro della voce dev’essere espresso con forza perché i suoni prendano corpo, perché si possano udire; affinchè la voce impregni i luoghi, si imponga nel silenzio loquace, gorgogliante, turbolento. Una voce collettiva, intercalata con graduazioni asincrone e in trasformazione continua, circola nella rete dell’edificio: è la musica che si propaga dai due cortili interni e che ritma la cadenza dei gruppi “amazzoni” che si esercitano nella cumbia o nell’hip-hop; sono le urla, gli scoppi di risa, le proteste che esplodono durante la partita di basket; sono le grida penetranti, soffocate nella promiscuità e alle quali nessuno risponde, ma che vengono emesse giusto per essere udite, da chi ha una sola forza ormai, quella di gridare; è il chiassoso canto dei bambini (alcune donne partoriscono in prigione e possono tenere i bambini con sé fino al raggiungimento dei 5 anni e 11 mesi); sono i piedi delle sedie che sfregano il suolo piastrellato delle sale in cui si svolgono i laboratori; è il fragore assordante delle voci delle prigioniere che, confinate nelle scale che danno sulla prigione maschile, scompongono e ricompongono le notizie della famiglia, parole d’amore, insulti, commenti salaci, discorsi dispettosi, accordi su traffici di ogni genere con altri reclusi, con un maschile di cui i loro corpi hanno nostalgia. Si diffondono e risuonano il vociare costante della folla, il rumore di oggetti urtanti, di improvvisi incontri, suoni allegri,lamentosi, che in uno spazio chiuso creano un’infinita apertura, inafferrabile.

In questo brusio permanente si inserisce la profusione arborescente di odori più disparati. Per quanto la prigione Santa Martha trasmetta un’aria asettica, carica di sentori di varechina, un gusto metallico misto al fetido tanfo dei bagni ostruiti, del sudore che stagna nei passaggi, una massa inebriante che infastidisce i sensi e si appiccica agli abiti, si respira anche un insieme di odori,  per lo più molto invitanti, dei piccoli piaceri culinari elaborati grazie al denaro guadagnato in prigione o spedito dalle famiglie. Da questo scorcio di vite pratiche, si diffondono i profumi di tortillas tostate, zuppe speziate, riso allo zafferano, spezzatini piccanti in umido che rimandano alle cucine popolari, agli odori di piatti venduti nei mercati dei commercianti nomadi che popolano le strade tentacolari del centro storico dei Città del Messico. Una vitalità olfattiva che fa dimenticare il pallore dei pasti della prigione, risultato delle politiche del rendimento, delle economie di bilancio e della mancanza di tempo.

Un altro senso chiamato in causa è il tatto. Quando i luoghi del corpo percepiscono solo un deserto tattile che altera l’esistenza nel profondo,  fisicamente e moralmente, molte detenute cercano di recuperare il tatto e in particolare le percezioni sessuali. Alcuni sguardi non osservano ma sondano, palpano, accarezzano, spogliano; esplorano con la stessa mobilità di un dito e si proiettano lascivamente sugli uomini presenti nelle poche manifestazioni che scandiscono la settimana della prigione. Alcune, la cui vita coniugale si è eclissata, si rivolgono a relazioni lesbiche, all’inizio transitorie, ma che con il tempo possono affermarsi e consolidarsi; o che, fino ad allora represse, più o meno coscientemente, si liberano tra le barriere unisex, ma fuori dalle barriere di una società dominata dalla normatività eterosessuale. La maggior parte di queste donne viene dalla capitale e dall’Estado de México. La metà ha conosciuto solo i banchi della scuola elementare; il 20% è analfabeta; in poche hanno terminato il liceo e sono in possesso della laurea. Vivono per lo più sotto la soglia di povertà. Ogni storia è unica ma c’è una monotonia in quella dei poveri; le donne che popolano la prigione non sono passate dalle stesse prove, ma le loro biografie disegnano una spietata eredità comune.

Prima del loro arresto, erano soprattutto casalinghe; molte lavoravano alle catene di montaggio di qualche fabbrica; un numero considerevole sopravvive grazie alla prostituzione. Secondo un’inchiesta sui fattori criminogeni realizzata dall’avvocato José Luis Castro Gonzaléz, responsabile del laboratorio di falegnameria del penitenziario, l’86% delle detenute sono state aggredite fisicamente nell’infanzia; di queste, il 55% hanno subito violenze o abusi da parte dei genitori o di membri della loro famiglia; il 54% sono state allontanate dal domicilio familiare o ne sono fuggite; il 70% sono state violentate dal loro congiunto.

Capigliatura ondulata e ribelle, guance grassottelle, anche tondeggianti,  modi affettuosi, Isela, una ventina d’anni, arriva pimpante e scanzonata al laboratorio di scrittura. Quando era stata incarcerata, il suo corpo era pelle e ossa, consumato dalla droga, dall’alcool e dal commercio sessuale. Isela è nata in strada, ha vissuto in strada e in strada è stata arrestata. Ma non in una strada qualsiasi, in quella squallida e precaria, che ogni giorno porta a un progressivo e irrimediabile suicidio, in cui si può cadere solo più in basso e in cui non si ha scelta. La stessa nascita di Isela era in sé un’esecuzione; la sua esistenza una vita senza posto; il suo rifugio, un ammasso di rovine e di niente. Ha passato la vita infondo un buco di disordine e scandali senza uscita. Durante una sessione sulla redazione di un diario, parla un po’ del suo corpo devastato, e si lascia sfuggire: “Non ero io a essere violenta, ma la vita.” La voce di Isela, ardente e radiosa, è lacerata da gravi traumi che non nascondono il suo concepimento nella distruzione e la sua crescita scandita da incessanti errori. E’ nell’espiazione della pena che Isela cerca di capire e curare i blocchi di un corpo ancora in cantiere; è in prigione, in costrizione spaziale, che le sue macerie diventano materiale di ricostruzione. Isela soffre per la sua privazione della libertà e per l’isolamento, ma la sua prima famiglia l’ha conosciuta in carcere. Parlando della sua cella, durante un laboratorio, spiega:”Prima, la mia casa era solo dentro il mio cuore; oggi è ancora così ma lo condivido con voi. Ora ho una vera casa. Mi piacerebbe mostrarvi la mia casa!” Inizia a fabbricare la sua nuova “casa” partendo dal suo corpo, concepito come riparo, e dal suo ambiente carcerario come luogo d’appoggio.

Ether, pullover di un blu intenso poggiato in maniera maschile sulla schiena, occhiali scuri sistemati sui suoi corti capelli folti e mossi: “Ho tre bambini che amo perdutamente; ma, in questa reclusione che mi priva giorno dopo giorno della mia vita di madre, che mi ha sottratto la mia autonomia gestuale, ho potuto esprimere e accettare, per la prima volta nella vita, il mio vero orientamento sessuale. La mia sessualità repressa si è liberata, qui, fra donne, lontana dagli sguardi della gente e dei miei familiari”. Un’altra ci spiega:”Io non sono lesbica, ma mi piace che una delle mie compagne mi tocchi, si interessi a me, mi baci, mi accompagni, mi prenda tra le braccia, mi dica parole d’amore”.

Al pianterreno si trova una sorta di refettorio, dove un gruppetto di madri di famiglia vende dei piatti nati dalla propria ingegnosità, preparati con gli stessi ingredienti di base (farina di mais e fagioli rossi) che fanno concorrenza alla comida de rancho (nome attribuito dalle detenute ai pasti serviti in prigione). Circondate da bambini nati in prigione, ricreano l’atmosfera dei tanguis; questa parola di origine nahuatl designa i grandi mercati che colorano non solo i quartieri più popolari di Città del Messico, ma anche quelli di tutta la repubblica. A Santa Martha Acatitla, i bambini sono sacri e anche le madri, sebbene alcune si rifugino nelle zone delle attività domestiche, perché mal sopportate in altri spazi della prigione, controllati da altri tipi di detenute, poco tolleranti dei capricci e dell’agitazione dei bambini. Ma guai a chi osi offendere una donna incinta, mancare di rispetto al corpo materno, malmenare bambini piccoli! Queste madri sono dei modelli per le prigioniere, che cercano nei lavori domestici di queste donne la presenza della propria famiglia e soprattutto della progenie di cui sono state private. Non è raro trovare tra le internate la madre, la figlia, la nipote, la cognata, che hanno ricreato il loro legame di parentela e le loro abitudini familiari.

In mezzo a questa solidarietà, vagano nei corridoi espressioni sbalordite, perforate, ansiose, intimorite, abbandonate al ritmo caotico dei loro vagabondaggi, che mormorano parole farfugliate, stordite dalla droga e dai tormenti indecifrabili; una nebbia di parole proclamata da sagome ridotte all’ombra di loro stesse. Non hanno più sollecitazioni e perdono lo sguardo dei “vivi”. Con il tempo, chi si accorge della loro presenza in un luogo in cui ci si incrocia ininterrottamente, e in cui molti si arenano sulla china della solitudine?

Margarita ha l’età della vecchiaia che si riposa. Ma di certo invecchia e invecchierà in prigione; è stata condannata per omicidio volontario. La colpa di Margarita è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ogni giorno sistemava in una strada trafficata la sua piccola cucina portatile; a fianco di taniche d’acqua e recipienti stracolmi di gomitoli ancora arrotolati di formaggio Oaxaca, ripieni di huitlacloches (funghi che crescono sulle pannocchie di mais) e di chili jalapeños (peperoncini messicani), crepitava il suo brasero sul quale il comal rosolava le quesadillas (frittelle di mais con formaggio) che vendeva fino al tardo pomeriggio. Il quartiere si era abituato alla presenza di questa donna che conduceva una vita molto modesta, degna e coraggiosa. Sul marciapiede dove Margarita impastava il nixtamal (pasta a base di mais) scoppiò una rissa, cui seguì grande confusione e un uomo fu pugnalato a morte, senza dubbio vittima di un regolamento di conti tra bande rivali. Quando la polizia arrivò sul luogo del crimine, Margarita non aveva abbandonato il suo posto. Venne subito portata via e convocata come testimone principale, poi sospettata del crimine e quindi condannata per omicidio. Si ignorano i dettagli di un’inchiesta fatta alla bell’e meglio. Margarita è analfabeta e ha firmato con cieca fiducia tutti i documenti che le sono stati presentati. Si sa che la polizia messicana sul libro paga dell’industria del crimine, è una delle più corrotte del mondo. Margarita si è trovata di fronte a un apparato poliziesco e giudiziario che non lavora con lei, ma contro di lei. E’ il frutto amaro di un doppio abbandono: il disinteresse della giustizia per la plebe e la capitolazione della “società civile”, che ha taciuto (per paura?per viltà?per indifferenza?) quel che ha visto al momento del litigio. Margarita cerca di avere una revisione della sua pratica e del processo. Finora, invano.

Lunedì 20 luglio 2009, l’alone plumbeo che attraversa il laboratorio di falegnameria annuncia l’arrivo della pioggia. Sui banchi si ammucchiano vasetti di pittura, pezzi di lambris, fogli usati dipinti, modanature incrinate, pasta da modellare, pomelli e maniglie di mobili, pennelli, barattoli di latta ossidati a mò di portamatite. Qui si fabbricano cornici, album, appendiabiti, sottopiatti che verranno acquistati dalle detenute o venduti in alcuni negozi della regione.

Tra i pennelli increspati e i fogli induriti, in un inizio di crepuscolo che odora di colla da legno, brillano le scarpe ocra della Reina del Pacifico. La ricchissima Sandra Avila Beltràn, originaria di Sinaloa, accusata dal governo di essere una delle figure di spicco del traffico di droga in Messico, dorme in prigione dal settembre 2007. Pantaloni marroni sagomati e camicetta crema ornata di paillette ben si intonano con le sue unghie decorate e la sua pettinatura castana e losanga. Lei che ha maneggiato milioni di dollari, indossato le marche di place Vendôme, frequentato, direttamente o indirettamente, i baroni dei cartelli più importanti del paese conversa con uno degli organizzatori riguardo le misure… di uno specchio. Tanto desiderata, tanto adulata, colmata di attenzioni nel suo recente passato, ora è sola e cerca, in questo specchio, la sua immagine di un tempo.

Immaginare un “altrove”, serve soprattutto a lottare contro l’oblio. Quando il riflesso di sé è associato a muri dal colore sepolcrale di una tomba e in cui è difficile abbandonarsi al sonno, per quanto si è molestati dalle urla della depressione, dai litigi tra compagne di cella e dalle intimazioni sibilate dalle guardiane, è chiaro che si è finiti nello sprofondo. Difficile andare all’assalto dell’esterno, credere che queste palizzate abbiano un senso quando si è condannate a più di vent’anni di prigione, quando i propri anni corrispondono alla durata della pena e quando la famiglia e gli amici vi hanno definitivamente “sepolte”. La singolare genesi di ogni detenuta fa sì che ognuna viva la prigione secondo scale di valore diverse e opposte, in rapporto al proprio vissuto e a ciò che le aspetta o meno fuori. Per alcune donne, quando la pena giunge al termine, la libertà assomiglia a un lavoro da becchino: sola, abbandonata a sé stessa, alla precarietà della strada, alla disoccupazione, al rifiuto della famiglia. Fuori, dopo un esilio forzato di diversi anni, di decenni, a volte si trovano di fronte a un “altrove” che non riconoscono, che non le riconosce, o che le riconosce solo nel loro ingiurioso statuto: quello di ex-detenute. Capita allora che riprendano il cammino del centro di detenzione. Delle quarantadue giovani donne liberate nel dicembre 2008, diciotto erano di ritorno alla fine del gennaio 2009.

Posted in corpi, storie di donne, violenza di genere.


4 Responses

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  1. G.P says

    se c’è una cosa che mi fa orrore è sapere che tutto questo è REALTà! come può il mondo ignorare la sorte di queste donne? e poi mi chiedo ancora… ma cosa possono aver fatto di così brutto nella vita da scontare in questo modo?

  2. Federica says

    Una realtà del genere non finirebba mai nei rotocalchi. Non siamo molto lontani dai campi di detenzione per stranieri. Immaginate che a popolarlo siano solo donne e potrete immaginare, in un clima di militarizzazione, i risultato. Credo che in questo gli Stati Uniti non vogliano aver per nulla voce nell’ambito dei cosidetti sbandierati dirittia umani. In effetti Guantanamo, dove hanno avuto modo di sperimentarte i limiti di tortura per un essere umano sono la prova di quanta ipocrisi ci sia in tante buone e belle parole o propositi fatti per motivi propagandistici.

  3. don goyo says

    prima di ogni cosa: grazie per aver postato l’articolo.
    l’ho letto qualche ora fa in biblioteca e continuava a girarmi in testa, o forse sarebbe più onesto dire che me lo sentivo addosso.

    anche perché alcuni elementi – il nome del carcere, il nome del posto in cui si trova… – mi sembravano familiari. per farla breve, mi sono sforzato provando a ricordare.
    alla fine ho ritrovato il post che avevo letto da cui era partito tutto, e quindi ne approfitto e ve lo giro:

    http://lamericalatina.net/2010/05/19/

    saluti e di nuovo grazie.

  4. Doriana says

    da una compagna che vive in messico:
    http://www.proceso.com.mx/rv/modHome/detalleExclusiva/87697
    sto cercando di capire meglio quest’ennesimo orrore, con il suo aiuto…