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Vaticano, ma quanto ci costi?

Città del Vaticano è il più piccolo stato del mondo, si estende su 44 ettari di terreno, ha 911 residenti di cui 532 cittadini, il cui reddito pro-capite ammonta a 407.095 euro; la sua economia (con i suoi profitti) si basa sugli investimenti, mobili e immobili, sul patrimonio esistente, sulle rendite e sulle rimesse delle diocesi sparse nel mondo. I suoi beni immobili sono spesso esenti da imposizione di tasse, così come i suoi commerci, i contratti e le donazioni. In Italia il Vaticano è leader in ben quattro settori economici: immobiliare, turismo, sanità ed educazione privata. Qui, più che altrove, si intrecciano proprietà immobiliari, attività bancarie, imprese industriali, finanziamenti diretti e indiretti a carico del bilancio dello Stato e di Enti Pubblici.

Il governo italiano, infatti, con la stessa mano con cui continua nella politica criminale dei tagli alla spesa pubblica, ai servizi sociali e ai finanziamenti alle scuole e alle università pubbliche, elargisce con tanta disinvoltura oltre 5 miliardi di euro l’anno al Vaticano,  l’equivalente dell’intera Finanziaria 2011.

Sul versante istruzione pubblica a fronte di un taglio triennale di circa 8 miliardi di euro, che significa la perdita di 140 mila posti di lavoro, l’espulsione in massa dei precari e la drastica cancellazione di materie, scuole e classi, il blocco dei contratti e degli scatti di anzianità, la Finanziaria 2011 aumenta di 245 milioni le risorse alle scuole private (in maggioranza cattoliche) che vengano quasi raddoppiate, raggiungendo così i 526 milioni annui di finanziamento statale.

Non tocca migliore sorte all’Università pubblica su cui incidono pesantemente gli effetti negativi dei tagli introdotti dalla coppia Gelmini-Tremonti di circa 1,4 miliardi, a fronte di un finanziamento alle Università cattoliche che dal 2004 costano allo Stato oltre 110 milioni di euro. E ben 50 milioni sono stati destinati all’Università Campus Bio-Medico, università privata che si autodefinisce “opera apostolica della Prelatura dell’Opus Dei”, che “intende operare in piena fedeltà al Magistero della Chiesa Cattolica, che è garante del valido fondamento del sapere umano, poiché l’autentico progresso scientifico non può mai entrare in opposizione con la Fede, giacché la ragione e la fede hanno origine nello stesso Dio, fonte di ogni verità”, il cui “personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università […] considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale […] (dalla Carta delle finalità).

Sempre sul versante scuola vi è lo scandalo degli insegnanti di religione i cui stipendi ci costano ogni anno 650 milioni di euro. Infatti dal 2003 gli oltre 22.000 insegnanti di religione cattolica sono diventati dipendenti statali a tutti gli effetti, con stato giuridico, trattamento economico e diritto alla mobilità equivalenti a tutti gli altri insegnanti. L’idoneità all’insegnamento della religione cattolica è data dal Vescovo e non occorre nemmeno avere una laurea, basta un diploma di magistero in scienze religiose rilasciato da un istituto approvato dalla Santa Sede.

Altro fatto vergognoso riguarda la fornitura idrica al Vaticano che l’art. 6 dei Patti Lateranensi rende completamente gratuita. L’Italia si fa carico da allora dei 5 milioni di metri cubi d’acqua consumati in media all’anno dallo Stato Pontificio. Per le acque di scarico, Città del Vaticano si allacciava all’Acea, Azienda del Comune di Roma incaricata dello smaltimento, ma si rifiutava di pagare le bollette perché non riconosce la tassazione imposta da enti appartenenti a stati terzi! Dal 2004 gli paghiamo anche quelle: con uno stanziamento di oltre 30 milioni di euro per dotare il Vaticano di un sistema di depurazione proprio.

Alla prodigalità dello Stato nei confronti della Chiesa cattolica, si è peraltro aggiunto anche il particolare favore con cui le Regioni, pur gravate da incipienti deficit di bilancio, hanno continuato a dispensare a suo favore contributi pubblici sotto ogni forma, dai buoni scuola, ai generosi finanziamenti al comparto della sanità convenzionata, fino alle recenti sovvenzioni a favore della formazione dei volontari del movimento per la vita per favorire il loro ingresso nei consultori (leggi governo Cota!).

I maggiori introiti nelle casse vaticane sono in realtà rappresentati da tre grandi voci di entrate che rappresentano tre grandi voci di spesa per lo Stato italiano, fra finanziamenti diretti e mancati introiti fiscali, che in concreto significano per noi cittadini più tasse e meno servizi:

L’IMBROGLIO DELL’OTTO PER MILLE

1 MILIARDO e 67 milioni di euro, per l’anno 2010, destinato per il 80% alle spese interne della Chiesa quali il sostentamento del clero (33,6%), le esigenze di culto (catechesi, tribunali ecclesiastici, manutenzione e rinnovo degli immobili, gestione del patrimonio); solo il 20% dei fondi sono destinati a interventi caritativi, a dispetto di quanto vorrebbero farci credere le campagne pubblicitarie che, in prossimità della denuncia dei redditi, invadono le Tv e  le radio nazionali con lo slogan: “Con l’otto per mille alla Chiesa cattolica, avete fatto tanto per molti”.  Altro problema è la ripartizione dei fondi: nella realtà, soltanto un terzo degli Italiani sceglie a chi devolvere l’8 per mille, ma ugualmente l’85% viene assegnato ogni anno alla Chiesa Cattolica. Infatti la ripartizione della quota dell’otto per mille non direttamente assegnata (per mancata indicazione di preferenza da parte dei contribuenti) avviene proporzionalmente ridistribuita in base alle preferenze. Ciò avvantaggia la Chiesa cattolica rispetto alle altre istituzioni aventi diritto in quanto, storicamente destinataria della maggior parte delle preferenze.

L’ESENZIONE ICI SUGLI IMMOBILI, ANCHE SUGLI ALBERGHI A 5 STELLE

La Chiesa Cattolica gode dell’esenzione totale dell’ICI relativamente ai fabbricati destinati in via esclusiva all’esercizio del culto e le relative pertinenze. Dal 2007 è prevista anche l’esenzione dell’Ici per gli immobili di proprietà del Vaticano adibiti a scopi commerciali, basta “che sia mantenuta una piccola struttura destinata ad attività religiose.” Si calcola che tale ulteriore “regalo” comporti un minor gettito per i già dissestati comuni italiani di almeno 1 MILIARDO di euro all’anno.

Gli enti ecclesiastici sono 59.000 e posseggono circa 90.000 immobili, che rappresentano il 22% dell’intero patrimonio immobiliare dell’Italia: parrocchie, oratori, conventi, seminari, case generalizie, missioni, scuole, collegi, istituti, case di cura, case di riposo, ospedali… Il loro valore è di almeno 30 miliardi di Euro, ma sono esenti dalle imposte sui fabbricati (ICI), da quelle sul reddito delle persone giuridiche, sulle compravendite e sul valore aggiunto (IVA), in quanto tutti, anche gli alberghi a 5 stelle, sono classificati “non commerciali”: infatti, dal 2007, è sufficiente che nell’immobile vi sia una cappella votiva per classificarlo “non commerciale” e ottenerne l’esenzione totale.

ELUSIONE FISCALE LEGALIZZATA NEL BUSINESS DEL TURISMO CATTOLICO

Il Vaticano è oggi uno dei più potenti broker nel turismo mondiale, si calcola che gestisca un flusso annuo da e per l’Italia di 40 milioni di visitatori. In tutta Italia preti e suore gestiscono 250.000 posti letto in quasi 4 mila strutture e l’attività è in larga misura esentasse e frutta 5 miliardi di euro all’anno. In cima alla piramide organizzativa del turismo cattolico sta l’Opera Romana Pellegrinaggi, a fianco della quale svolge un ruolo importante l’Apsa, l’amministrazione patrimoniale della Santa sede, che gestisce gli immobili della Chiesa e spesso gli utili alberghieri. Entrambe le società hanno sede nella Città del Vaticano, godono dunque di un regime di extraterritorialità che in un settore ricco e in forte espansione come il turismo si traduce in un formidabile ombrello fiscale e significa non  presentare bilanci e sfuggire alle leggi italiane in materia fiscale, di igiene, prevenzione, ecc. Non si tratta soltanto dell’Ici non pagata per alberghi, ristoranti, bar di proprietà degli enti ecclesiastici, ma anche del mancato gettito di Irpef, Ires, Irap e altre imposte, sulla cui elusione sta indagando da tempo la commissione europea. I lavoratori delle “case religiose”, sempre più spesso veri e propri alberghi rintracciabili sul circuito commerciale, sono spesso suore o preti o volontari o legati da contratti anomali di collaborazione. Quindi la Chiesa non deve pagare le imposte sul lavoro dipendente.

Inoltre, se i preti impiegati in queste strutture percepiscono uno stipendio, alle suore la Cei non versa neanche un euro, nonostante si alzino all’alba e lavorino 12 ore al giorno: questo significa che non avranno mai, a differenza dei preti, né uno stipendio, né una pensione. Inutile gridare all’ennesima discriminazione con soldi pubblici: sappiamo molto bene cosa il Vaticano pensa delle donne!!

Nel sito della Cei, a questo proposito, si legge negli ultimi tempi una ricorrente lamentela per il fatto che, visti gli indici di crescita, la catena turistica religiosa deve ricorrere sempre più spesso al personale esterno; e il personale esterno “non garantisce le stesse prestazioni di suore e preti, pretende di essere pagato per gli straordinari e cerca di introdurre tutele sindacali…”. Sia pure con i limiti enormi di libertà imposti dalla giurisdizione pontificia.

I privilegi fiscali della Chiesa e le minori spese, si traducono in un vantaggio sulla concorrenza e nella possibilità di praticare prezzi fuori mercato. Se i prezzi calano il fatturato esplode. E lo stato italiano lo favorisce in ogni modo, con le esenzioni e con i finanziamenti diretti. I 3.500 miliardi di lire versati dall’erario alla Chiesa per il Giubileo sono serviti in buona parte a riorganizzare la rete di accoglienza turistica, trasformando conventi, collegi e ostelli in moderne catene alberghiere, tutti esentasse, tutti con una minuscola cappella incorporata!

Posted in anticlericale.


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  1. african mango Australia linked to this post on 01/07/2013

    african mango Australia…

    Vaticano, ma quanto ci costi? – Me-DeA…



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